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    5/29/2009

    Novità

    Sperimentalmente, il blog si muove su www.ianaaron.eu

    This blog has been moved to www.ianaaron.eu

    4/24/2009

    Considerazioni Inattuali II: della censura a Vauro Senesi.

    Premessa: ho scritto questo articolo qualche giorno fa. E' di oggi la non sorprendente, ma deprimenti notizia che Milena Gabanelli è stata deferita al comitato etico (qualunque cosa sia) della RAI. Berlusconi, inoltre, ha fatto una capatina in un paese dell'est, la Repubblica Ceca questa volta, questa volta, per promulgare uno dei suoi editti, in cui stavolta proclama che si è "rotto le scatole" e che, prima o poi, prenderà gli "opportuni provvedimenti contro i giornalisti". Per non lasciare spazio al dubbio ha anche aggiunto che non tollererà più che qualche parte del servizio pubblico si permetta di “remargli contro”. Non sia mai.
    Comunque, Vauro è stato reinserito come vignettista ad Annozero e per una volta una vicenda si è conclusa bene; non ostante questo, credo che le considerazioni intermedie abbiano ugualmente una loro autonoma validità. I.
     
     

    Se non trovi nulla che ti offende, probabilmente non vivi in un paese libero”.

    Ci sono alcune premesse da fare. Numero uno: la “TV pubblica, pagata con i soldi di tutti”, che è già di per sé un abominio che non ha eguali nel mondo, proprio perché è “pubblica” non è lì ad uso e consumo del potente di turno (senza alcuna distinzione di segno politico, per una volta); inoltre, sempre perché è “pubblica”, dovrebbe essere anche plurale, ovvero dovrebbe poter dar spazio a contenuti ed argomenti di qualunque tipo; la libertà di espressione, si chiama così, è uno dei punti cardine della democrazia (e no, così non sto legittimando anche gli estremismicome nelle puntate di “porta a porta” dove si apologizzò allegramente il fascismo o quelle del “Maurizio Costanzo show” dove Costanzo invitò due neonazisti ad esporre pacatamente la loro visione delle cose. Non sto legittimando tutto questo perché, come osservò Bernard-Henri Lévy, “quelle idee le ha già giudicate la storia e non possono essere reintrodotte nella discussione”.)

    Numero due, la satira. Da quasi vent’anni a questa parte, ovvero dall’avvento del berlusconismo come cultura di massa, si sente spesso parlare di satira, quasi mai a proposito. È dunque forse il caso di mettere dei puntini sulle “i” e precisare che cosa sia la satira: secondo Aristofane la satira si occupa di sole quattro cose: morte, sesso, politica e religione. La satira è l’esorcizzazione, lo svisceramento, la critica e la demitizzazione sistematica e liberatoria di questi pilastri vertiginosi della nostra vita. Nello specifico, satira si definisce quell’elemento di controllo del potere precostituito, quella critica feroce e terribile che mette sempre in discussione il potere, che ne giudica l’operato con occhi impietosi e che lo svuota della sua aura classista. Satira è “un punto di vista e un po’ di memoria”; richiede un’opinione sulle cose e la grida forte, fintanto che fa male. Satira è buttare alcool su una ferita:  brucia da impazzire, ma è vitalmente salutare. La libertà di satira, dunque, non è affatto contro la democrazia: la libertà di satira è la democrazia.

    Tanto per fare degli esempi, allora, “Le Iene” non sono satira, e non lo è nemmeno “striscia la notizia”; quello è “sfottò”, per rifarsi a Dario Fo (grande teorico della satira, prim’ancora che autore). Daniele Luttazzi, invece, è probabilmente l’unico autore che fa della vera, sana e dolorosa satira.

    È chiaro che la satira, come strumento di controllo del popolo sul potere precostituito, spaventa a morte i potenti; se non spaventasse, non sarebbe satira. Quindi, nei panni del potente di turno, la prima cosa che ognuno farebbe per tutelarsi sarebbe appunto di estrometterla dai grandi circuiti pubblici (editto bulgaro, 2001), e poi di sostituirla. È quello che è stato fatto in Italia: la maggior parte della gente pensa che “striscia la notizia” o, anche peggio, “Il Bagaglino” siano programmi satirici, mentre si tratta solo di prese in giro leggere e talvolta divertenti che però non pungono alcun problema profondo (prendete il sesso: sono tutti bravissimi a sventolare le tette, ma vorrei proprio vederlo Pippo Franco a bersi una caraffa di mestruo). Addirittura, caso unico nel mondo libero, in Italia esiste un organo che risponde al nome di “Commissione di Vigilanza RAI”; in maniera non dissimile da come la censura metteva al bando i libri pericolosi nell’evo medio, la “Commissione di Vigilanza” cerca di metter la mordacchia all’informazione compiacendo il potente di turno. Ripeto, non è un problema di destra o sinistra, ma un problema sistematico e strutturale: il potere si è abituato a controllare l’informazione e disabituato ad essere invece controllato dall’informazione stessa (come invece dovrebbe essere). Ci sarebbero migliaia di esempi citabili in questo contesto (il TG1 che falsifica, omette, tarocca; Porta a Porta; Ballarò, etc.), ma quel che importa qui è il concetto generale: in Italia tutto è politico o politicizzato, la RAI – i cui dirigenti per qualche motivo sono di fatto eletti dal governo in carica - in prima istanza è l’epitome dell’asservimento. E non sto parlando solo del plateale servilismo di Vespa, che in realtà è quasi folkloristico, o di quello che si vede, ma anche e soprattutto di quello che non si vede.

    Panem et circensem”, dicevano i romani, che della res publica sono gli inventori. Quello che la TV offre oggi in gran parte (ma non tutto) è esattamente quello che il popolo italiano sta diventando: pura, tronfia e disinteressata mediocrità. Voglio citare un episodio: quando si trattò di presentare in televisione un libro scomodo di Lirio Abbate, Bonaiuti si oppose e bloccò la trasmissione dicendo che “chi se ne fotte del libro, che tanto non lo legge nessuno, l’importante è che non si sappia in TV”. C’è dunque una tendenza generalizzata della TV a proporre contenuti privi di punti di vista (il punto di vista impone la critica) su argomenti veramente rilevanti; non per questo, comunque, tutto fa schifo. Esistono, nonostante tutto, delle isole di buon senso (blob, annozero, report) che cercano di andare un po’ contro il dilagante e tranquillizzante senso comune, a volte in maniera anche reattiva.

    Numero tre: l’imparzialità ed il contraddittorio. In Italia essere schierati è un peccato capitale: secondo i potenti di turno, le trasmissioni politiche dovrebbero essere “imparziali” e dovrebbero proporre del “contraddittorio”. Doppiamente stupefacente, perché non solo l’Italia dovrebbe essere un paese democratico moderno, dove la pluralità d’espressione è un presupposto fondante della costituzione, ma anche il caso particolare vuole che sia un paese, come già detto, dove tutto è di destra o di sinistra; quindi per qualche ragione i terremoti possono essere di destra o sinistra (piove governo ladro), mentre i conduttori no. In realtà il punto è che il vero dibattito politico impone dei punti di vista precisi, che mancano in realtà all’interno degli stessi partiti. In Italia il vero problema è la differenza tra Buttiglione da Rutelli; il movimento verso il centro tende ad allargare la base di consenso, ma aliena quella ideologica. Inoltre, l'equilibrio a tutti i costi serve solo ad anestetizzare ancora di più il senso critico.

    Non solo quindi non ci sono idee forti da difendere, per cui ogni dibattito diventa una fanghiglia di offese e numeri a caso (come scrivevo qualche tempo fa) mirati a “sconfiggere” l’avversario senza alcuna coscienza dialettica, ma c’è anche una considerazione ulteriore: l’equilibrio a tutti i costi non serve a nessuno dotato di senso critico. Il motivo per cui tutto finisce a tarallucci e vino è che ciò è molto più confortante per le coscienze piccolo borghesi rispetto ad un sanguigno, sofferto e costruttivo incontro di argomenti  (la dialettica non è mai facile).

    E poi c’è il contradditorio. Che cosa sia di preciso non si sa, ma di certo dopo che Marco Travaglio aveva snocciolato dei fatti riguardo il presidente del Senato Schifani, esso è stato invocato. Sarebbe divertente, se non fosse tragico, che il contradditorio in Italia non è la possibilità di chiunque di fare domande scomode ai potenti, ma quella dei potenti di negare quello che dicono i giornalisti o chi per loro[1]. Forse per Schifani l’idea di contradditorio è essere in studio mentre Travaglio mostra le carte e dire “non è vero”;  per contraddire, contraddice, ma non è molto costruttivo. Nei paesi che voglio chiamare “dialettici”, il contradditorio è la possibilità di un vero con confronto, non quella di una formale negazione dei fatti (inutile, peraltro, visto che i fatti sono fatti).

    Questo è un vizio dell’Italia alquanto diffuso: invece che costruire le  cose dalle fondamenta, si costruisce dall’involucro, così tutto sembra bello subito; si parte dalla fine, come con il contradditorio, per emulare il punto di arrivo di una processo che in realtà è molto complesso e che presuppone tutta una serie di strutture e di mentalità che in Italia, semplicemente, non ci sono. Per citare Hegel, “la verità è processo”; il punto d’arrivo è sterile tanto quanto quello di partenza, se non c’è niente dietro.

    Nello specifico dei fatti, arriviamo alla famigerata puntata di AnnoZero in cui Michele Santoro ha fatto del giornalismo critico (quindi ha fatto del giornalismo, ovvero ha raccontato delle cose), invece che fare quella cosa vomitevole, disgustosa e immorale che tutti i TG hanno fatto per giorni, ovvero compiangere le vittime e fare intervistine del tipo “come si sente?”.

    Ci sono alcune considerazioni collaterali da fare: se Travaglio ha detto per colpa di chi le case sono crollate, la colpa è loro, non di Travaglio che l’ha detto. Se le case sono crollate, la colpa è dei costruttori, non del terremoto; perché, aldilà del fatto che per qualche motivo il popolo occidentale crede di poter ammaestrare e controllare la natura, le tecnologie per limitare i danni esistono e funzionano. È stato  pure detto che, nel corso della stessa puntata, sono stati criticati i servizi della Protezione Civile, come se non si potesse; in realtà è stata semplicemente messa in discussione l’efficienza: fare domande non ha mai fatto male a nessuno. Nascondere le risposte, spesso, sì. Se quindi ci sono state effettivamente delle omissioni, deve venire fuori, se non ce ne sono state, invece, onore al merito. Per ora “in dubio pro reo”, quindi onore al merito, punto e stop.

    Infine arriviamo al nodo gordiano di questa modesta analisi: le vignette di Vauro Senesi. Come ho detto prima la satira si occupa di sesso, religione, morte e politica. Vauro ha fatto, con una solo vignetta, satira su due di queste cose (politica, il piano casa; morte, il cimitero). Questa non è “mancanza di rispetto ai morti”, una frase stomachevole e disgustosa che in realtà delimita un tabù (la morte), un altro tabù (la politica) e stende un lenzuolo di manierismo buonista su una vicenda che invece va esorcizzata. La vera mancanza di rispetto nei confronti dei morti non è una vignetta che li onora (per quanto a loro possa interessare) perché mette in chiaro le responsabilità politiche [2]della vicenda, ma lo è invece il modo compiaciuto e voyeuristico in cui questi morti sono strumentalizzati. La mancanza di rispetto sono le case che verranno ancora costruite non a norma, la mancanza di rispetto è il TG1 che si vanta dei suoi ascolti, la mancanza di rispetto è dire “poverini” e poi dimenticarsi di tutto. Il dramma degli italiani è che sono capaci di grandi slanci momentanei, ma non riescono proprio ad imparare dai propri errori.

    In un paese che si è ormai anestetizzato alle angherie del potere, della burocrazia e dello “stato” in generale, credo sia importante che esistano ancora degli elementi di critica forte e viscerale che infastidiscano la gente abbastanza da smuoverla dal torpore in cui decenni di politica di controllo e truffa l’hanno gettata. Per questi motivi credo che l’epurazione di Vauro Senesi dalla RAI, “televisione pubblica pagata con i soldi di tutti” sia un’altra drammatica occasione persa.



    [1] In quel caso, ricordo, si è detto tutto ed il contrario di tutto; la cosa più ridicola era “Travaglio ha offeso la seconda carica dello stato dicendo quelle cose” (dicendo che Schifani era imputato per questo e quello, dicendo che non è un uomo della levatura morale di Eindaudi o Merzagora); ancora una volta andrebbe spiegato che, oltre al fatto che forse è Schifani che sta offendendo la seconda carica dello stato non essendo un uomo dalla moralità più che cristallina, criticare il potere non è contro la democrazia, è la democrazia.

    [2] Non solo di Berlusconi, ma della politica intera; spero non ci sia qualcuno di così miope da pensare che la vignetta incriminata fosse un attacco a Berlusconi, perché questo implicherebbe che Berlusconi abbia sovrinteso a tutto quello che  è stato costruito dagli anni ‘50 ad oggi. La vignetta voleva mettere alla gogna la politica per la sua miopia nei confronti della prevenzione antisismica, e più in generale stigmatizzava l’atteggiamento classico degli Italiani sempre pronti ad essere solidali dopo la tragedia, ma mai pronti a spendere un poco di più per prevenirla.

     
    3/31/2009

    Il sogno americano

    Il mio sogno americano era fare l’amore in una camera da letto con le pareti di legno, le veneziane alle finestre e un albero inondato d’estate; era avere sedici anni o giù di lì e amarsi sudati; erano giovani ardori e giornate abbacinanti; era un bacio dato in una giornata di pioggia, mentre le felpe si sfioravano; era felicità, ed eravamo sempre in due perché la felicità, quella vera, va sempre spartita.

    Era un sogno fatto di suggestioni, il sogno di una fotografia che ormai ho quasi dimenticato: trasudava libertà e presupponeva l’America. L’ho interpolata a migliaia di altre, l’ho stravolta e confusa con libri, film, canzoni, avanspettacolo e riviste porno: il mio sogno adolescente era la somma di tutte le mie fantasie e doveva essere americano, bellissimo e impossibile.

     

    I loro due corpi sono adagiati sul letto quasi con noncuranza; si stringono, ma tutto sembra senza sforzo. Un bacio. Ancora un altro. Il ragazzo alza lo sguardo e guarda il grande albero che si intuisce oltre le veneziane. È estate, le foglie quasi brillano.

    Non senza sorpresa, mi rendo che quel ragazzo sono io.

    3/27/2009

    Lui.

    Premessa: questo testo, insieme ad un altro, mi fu commissionato tempo addietro da un amico, nell'ambito di un progetto chiamato Positive Magazine, che peraltro sembra stia avendo un buon successo. Senza sapere nulla del loro contesto, mi sono state date alcune fotografie e il compito di scrivere qualcosa che le unisse. Questo è il mio timido tentativo.

    Lui è pura perfezione.  Lui è ogni suo dito, ogni sua mano, ogni suo braccio, gamba, unghia. Lui è l’insieme perfetto dei suoi dettagli perfetti.

    Lei lo concepì in un anonimo giorno estivo, quando il vento e il sole avrebbero suggerito tutt’altro che la lettura di Borges; invece lei era lì in terrazzo, a crogiolarsi tra la sua solitudine e le migliori pagine della letteratura argentina (e forse mondiale).

    Lei non era fatta per le relazioni, per la carne e per i sacrifici. Tutti i (pochi) tentativi di qualunque di queste cose erano naufragati disastrosamente; finché non era nato Lui.

    Lui aveva portato nella sua vita tutto quello che non c’era mai stato, dalla felicità in poi, offrendole la sicurezza e il conforto, gentilezza e fermezza;  una  presenza mai fuori luogo: c’è sempre quando serve e sparisce quando lei vuole essere sola.  Sa dirle sempre quello che lei vuole sentirsi dire e, come nessun’altro, sa darle le risposte che stanno sepolte sotto strati e sedimenti di lei stessa.

    Lui è l’uomo perfetto, lui è tutto quello di cui lei ha bisogno. Lui e lei.

    Lui non esiste. E la perfezione è il minimo che ci si possa aspettare da qualcosa di inesistente.

     

    Lei ha iniziato a costruirlo frettolosamente poco più di un anno fa;  all’inizio lo immaginava genericamente nel suo letto e a fianco a lei, ma si è presto resa conto che non ne traeva la soddisfazione sperata. Così ha deciso di costruirlo con acribia maniacale, pezzettino per pezzettino. La congiunzione del suo lavoro (lei è una fotografa; fotografa le cose, grandi e piccole, per i cataloghi) con il suo intento, ha prodotto Lui.

    Ha comprato una macchina fotografica tascabile e la porta sempre con sé; ha appiccicato del nastro adesivo nero sul flash. Se in metropolitana vede una gamba, una scarpa, un dettaglio, qualunque cosa che appartiene a Lui, allunga la mano e, segretamente, la cattura e gliela restituisce.

    La gamba destra, solo la destra, è del ragazzo tanto carino del secondo piano del palazzo di fronte; la vasca da bagno sta esattamente sotto la finestra e, un giorno, lei se n’è innamorata, di quelle gambe. Poi però non ha saputo preferirle entrambe a quelle di Jude Law, così ne ha assegnata una a testa. Jude la sinistra, il figlio del vicino, la destra.

    Il braccio sinistro è di un compagno del liceo. Al tempo andavano di moda le polaroid e lei, che già da tempo fotografava, ne scattò una in cui lui teneva in mano i palloncini finti che stavano sulla sua torta di compleanno. La perfezione di un ricordo è il braccio sinistro.

     

    Ma sarebbe stato un lavoro incompleto fotografare e concepire quello che lui è. Lei ha fatto le cose per bene, ed ha fotografato anche la sua assenza. E’ lo specchio della sua camera da letto. La camera vuota dove lei lo aspetta. La camera dove lui non arriva mai, ma tanto non importa: anche questo è previsto.

     

    Considerazioni inattuali – I

    Joseph Ratzinger, il confessore e lo scrittore

    Come un po' tutti abbiamo avuto la sfortuna di sentire, Ratzinger anche questa volta non ha perso l'occasione per dire una stronzata; nella fattispecie, secondo il pupillo di casa Vaticano, i preservativi "aumentano i problemi" nella lotta all'AIDS in Africa, e, non contento, ha pure auspicato "un rinnovo spirituale e umano nella sessualità".

    Ora, una sparata del genere è tipicamente mestiere di Rocco Buttiglione, che infatti ha la sua reputazione per un motivo, più che di Ratzinger, che di solito è troppo impegnato nella sua personale crociata contro Harry Potter o a scrivere divertenti pamphlet con Marcello Pera per accorgersi della gente che muore (e poi, lui parla di sessualità? Se non giochi, non fare le regole!); ma in fondo, perché stupirsi? Ratzinger, che può vantare la flessibilità mentale di un cucchiaino, non è mai uscito dalla strada maestra. Tutto quello che ha detto, scritto o dichiarato negli anni è sempre stato coerente con il suo personale, autarchico e dogmatico orticello mentale integralista. "Ratzinger è un uomo di cultura" dice il luogo comune, ma io mi chiedo quale cultura. Una cultura completamente pregiudicata in base ad un solo punto di vista forte, perde tutta la sua coralità, e quindi il suo senso di essere. Che uomo di cultura può essere un uomo che cerca ancora di difendere il creazionismo, per esempio? Di che cultura stiamo parlando? Ratzinger non è strutturalmente diverso dal tizio da cui vado a comprare i fumetti ogni tanto: ha una profondissima conoscenza di mondi inesistenti; la differenza è che Ratzinger tenta di imporla al mondo, causando danni incalcolabili.

    Sull'uso e sull'abuso dei fatti per la vita

    Questa sera, per un certo imperscrutabile concatenarsi di eventi, ho assistito al penoso spettacolo di Daniela Santanché che inanellava una serie vertiginosa, ed apparentemente senza fine, di aberrazioni miste alle solite trite banalità (memorabile il passaggio in cui Santoro presenta un paio di giovanotti di Torino che, bontà loro, hanno messo su un comitato per evitare che banca Intesa costruisca un grattacielo di 150 metri in centro storico e lei, che ha "vissuto metà della sua vita a Torino" risponde che "invece va benissimo, perché Torino ha bisogno di un edificio simbolo, come tutte le grandi città". Qualcuno le dia due centesimi, per favore.). Non che la Santanché sia la persona giusta da cui aspettarsi qualcosa di più che qualche strillo e una saccenza che è funzione inversa della sua ignoranza, ma una volta in più non ho potuto non sentirmi male di fronte a questo spettacolo di orgogliosa cialtroneria; facevano parte della mascherata pure Nicola "Nichi" Vendola e tale Maurizio Lupi (che faceva da degno contrappunto alla Santanché nella "discussione" sul grattacielo di banca Intesa dicendo che (giuro!) "è meglio che costruiscano verso l'alto, piuttosto che* in orizzontale").

    Ora, senza soffermarsi sul deprimente panorama di questi personaggi specifici, quello che più di tutto mi ha sconvolto è, ancora una volta, la maestria con cui una discussione seria su grandi temi sociali venga, nel giro di pochi minuti, ridotta ad una poltiglia di trivialità e ad una caciara infernale senza capo né coda. Non mi interessa entrare nel merito della questione in sé (lo ha già fatto benissimo Paolo Flores D'Arcais in un ottimo articolo pubblicato su MicroMega 03/2008), ma piuttosto vorrei osservare e commentare una coppia di fenomeni che secondo me ne sono un po' il germe.

    1. La guerra dei numeri

      La cosa funziona circa così: siano D ed S due politici, rispettivamente di destra e sinistra e, quantunque sia possibile istituire una distinzione ideologica tra i due, immaginiamoli opposti in una tipica discussione tra politici italiani. Ad un certo punto, D infila un bel numero nella sua argomentazione (o nei suoi latrati, anche qui se mai ci sia distinzione tra le due cose), ad esempio "… ci sono 3.458.532 di disoccupati.". Cala il silenzio e per un attimo S resta basito. Immediatamente, però, ecco che caccia fuori il coniglio dal cappello e risponde disinvolto (magari scartabellando) "e invece ce ne sono solo 2.252.452, secondo le stime dell'istituto ABC". D non perde tempo: "le mie stime sono dell'istituto di ricerca XYZ dell'Unione Europea". E via dicendo.

      Si innesca una battaglia sulla legittimità della fonte che ovviamente ha la stessa profondità semantica di "io sono meglio"-"no, io sono meglio"-"no io"-"no io!" (ad libitum). In questo modo anche i numeri, anche i pochi eventuali dati di fatto su cui si potrebbe veramente discutere, finiscono per essere relativizzati e "politicizzati" (perché in questa Italia manichea e schizofrenica, tutto dev'essere sempre o di destra o di sinistra). Così si arriva alla caciara: non si parla dei fatti, perché questi sono stati sminuzzati e non esistono più, e si parla quindi solo in astratto (ma senza grandi idee, per cui la discussione resta sempre in superficie e non è mai nemmeno uno scontro ideologico, prim'ancora che sociale).

    2. La sindrome da tarallucci e vino

      Il problema è la poltiglia. Il problema è il clima fangoso che fagocita qualunque opinione non allineata all'asse partitico. Quando mai si è sentito un berlusconiano lodare una buona proposta della sinistra? Quando mai si è sentito un sinistroide ammettere che Berlusconi ha detto qualcosa di condivisibile (e, complice la legge dei grandi numeri, talvolta è successo)? In questo panorama di totale acriticità, la "sindrome da tarallucci e vino" è il nome che do a quella tendenza di chiudere la caciara con una scarica al fulmicotone di luoghi comuni e political-correctness che mette in pace i cuori borghesi come a dire "Okay, abbiamo discusso fino adesso di questi grandi problemi, ma non ti preoccupare, è tutto meno grande di quello che sembra, puoi andare a letto tranquillo.", ma che non risolve i problemi.

    Qual è il problema, allora? Il problema è che nascondendo la polvere sotto il tappeto non si pulisce. Il problema è che bisogna capire che le grandi questioni sociali non hanno soluzioni semplici veloci e preconfezionate, ma che si tratta di argomenti complessi che necessitano di essere affrontati con serietà e da persone competenti. Un atteggiamento del genere non è diverso da quello dei bambini che per nascondersi e non essere visti, chiudono gli occhi.

    ____

    * "Piuttosto che" vuol dire "invece", e, porca di quella puttana, non lo si può usare in funzione disgiuntiva (al posto della "o") come fanno certi yuppie settentrionali con il gel secco che cercano di parlare forbito a tutti i costi.

    3/16/2009

    Soffitti sconosciuti / THE BEAST

    Amélie Poulain è una delle mie eroine (e lo è anche la sua declinazione reale nella persona di Daniel Laursen): me ne accorgo fluidamente, dopo poche settimane di convivenza con il silenzio di una casa che posso chiamare mia, con i suoi soffitti inusuali e le macchie che ho fatto io. Mi accorgo dell'importanza delle candele accese, di un profumo che mi ricorda molte estati fa, di scaldare con i ricordi un luogo che fino a poco tempo fa non esisteva.
    Ho colto l'occasione di questa novità per dare qualche ritocco alla mia modesta vita; forse non posso ancora dire di essere felice, ma ci sto lavorando. Come mi disse qualcuno a tarda notte, "happiness is a decison, not an outcome". Ora sono conscio delle subdole trappole dell'eterogenesi dei fini, non ho più paura degli obbiettivi a lungo termine e nemmeno di affrontare "lo stato di minorità che posso imputare a me stesso", per parafrasare qualcuno che non aveva mai viaggiato.
    Lentamente, ma senza strappi, chiudere la porta la sera e restare soli non mi pesa più.
    1/26/2009

    Back for good

    Ancora una volta, e forse definitivamente, devo constatare quanto tempo sia passato dall’ultima volta che ho scritto qualcosa di veramente sentito su questo blog; molto è successo e forse altrettanto è cambiato. Le parole che ho raccolto qui negli ultimi tre anni incorniciano probabilmente un me stesso migliore, che è come progressivamente confluito nel me stesso attuale, che invece non finisce mai di deludermi.

    Non so bene cosa sia successo (o lo voglio solo ignorare, non fa differenza), ma so di certo che ha a che fare con l’inevitabile cambiamento: ogni secondo, violento e impercettibile, consegna al successivo un nuovo te stesso, portando quello che tu hai l’impressione di essere qui e ora con sé, in quell’oblio vertiginoso che ci piace chiamare arrogantemente passato (come se potessimo tenere traccia di tutto quello che è passato, come se capissimo la molteplicità).  Messi sommariamente in fila, tutti questi piccoli omicidi si chiamano storia; la mia storia è la storia dei miei cambiamenti (io stesso sono solo l’ultimo di essi) e queste parole ne sono una traccia: ognuna di esse è una piccola vittoria, almeno temporanea, contro l’eternità. La mancanza di parole su questo blog è quindi stata, per qualche verso, una resa.

    Nelle parole preziose di qualcuno che mi ha capito, “ma come è difficile ora, rispetto solo a un anno fa, entrare praticamente nel fondo della tua corazza, pungere le tue parti molli e lasciarti una traccia? È, forse, impossibile.”

    Effettivamente ho lasciato che le cose di tutti i giorni mi scorressero addosso senza  curarmi di altro che delle cattive conseguenze di esse;  ho un po’ messo da parte tutto quello che era ordinario e ordinato per  arrendermi al mio lato dionisiaco.  Ho peregrinato, minuzioso ed insaziabile, per ognuna della mie ossessioni; ho passato più della metà degli ultimi sei mesi viaggiando tra quattro continenti, una dozzina di paesi, ad una media di più un aereo alla settimana. Ho incontrato persone straordinarie e orribili, ho visto luoghi che mi hanno lasciato spesso stupefatto e  talvolta indifferente, e in ogni luogo e istante non ho voluto lasciare quasi nulla intentato, a costo di sacrificare talvolta la mia stessa dignità.

    Tutto questo mi ha cambiato profondamente, com’è naturale delle cose inusuali, ma proprio per questo non poteva durare per sempre;  est modus in rebus, sunt certi denique quos ultra citraque nequit consistere rectum. 

    Al momento in cui scrivo, mi trovo dunque vicino alla chiusura di questo cerchio, che ora (per ora) non ho più la forza di percorrere;  al momento in cui scrivo mi trovo seduto su una sedia che non mi appartiene, mentre guardo le ultime propaggini dell’oceano atlantico confondersi in quello indiano, tra le rocce inesorabili che gli eterogenei abitanti di Città del Capo non hanno mancato di battezzare. Al momento in cui scrivo, tutto mi sembra ineluttabilmente in terza persona.

    Nei prossimi giorni mi aspettano ancora altri aerei, altre persone, altre solitudini, una faticosa bugia, una festa di compleanno, un arrivo atteso e una vita che avevo messo  da parte; ma questa  realtà, come tutte le realtà, è finalmente trascurabile perché, senza percezione, la sua esistenza è inutile.

    1/20/2009

    Title (required)

    Forse e' perche' non ho piu' nulla da dire?

    10/28/2008

    Francesca

    Francesca era una di quelle donne che odiano quando non si fa come dicono, ma era al contempo profondamente timida e mal sopportava l'idea di risultare autoritaria o antipatica. Così dopo pranzo sbraitava: "Sparecchia la tavola! Oppure non sparecchiarla!"
    8/7/2008

    Updates

    First of all: I hate foregin keyboards.
    Second: There is this weird guy right behind me in this lame internet cafe who's watching some anti-islam videos on youtube, while making weird noises with his mouth. .__.

    Okayness. Resume of the last 36 Hours.
    Yesterday at 2.30am I left Paris to Orly where my flight to Berlin was supposed to take off at 6.35am. Too bad we ended up taking off at 7.50 pm. After this lovely thirteen-hours adventure (when nobody told us anything about what the bloody hell was going on), I eventually managed to get to the center of Berlin (oh, by the way, guess which metro line wasn't working. Touche´! The one i took.), but not before realizing that I had forgotten my necessaire on the plane. Obviously the lost and found office didn't help me at all; the most helpful thing they did was hanging up on me.
    Now I am just doing nothing in this internet cafe in Alexanderplatz, somehow regretful of the decision i made to come here; but I hope things will get better.

    If you need to call me, here it is my german mobile number: +49 512 26597891

    See you soon
    me.
    7/27/2008

    E poi mi chiedono perché non voglio avere a che fare con questo "paese"?

    Dico: vedi una cosa del genere da Vespa e da Mentana, l'apologia di Mussolini, e nessuno, un cameraman, uno del pubblico, che si alzi in piedi a dire - "Ma porca puttana, volete ancora il fascismo, teste di cazzo?"

    7/3/2008

    Tanto per la cronaca [updated]

    A quanto mi è dato sapere, questo blog è frequentato da una buona parte (sebbene non commentante) dei miei amici non presenti su Facebook.
    Segue elenco di luoghi e tempi dove mi troverò nel prossimo futuro; se i nostri percorsi si sovrapponessero, sarà un piacere prendere un té o qualunque altra cosa.
    • Parigi dal 28 luglio al 5 agosto
    • Berlino dal 5 al 10 agosto
    • Londra dal 10 al 14 agosto
    • Nice/Antibes dal 14 al 16 agosto
    • Lione verosimilmente dal 16 al nonsobenequando agosto
    • Nonsobenedove dal nonsobenequando al 24 agosto
    • Londra il 16 settembre
    • New York, Atlanta, Detroit e qualche altra meta esotica, dal 17 settembre al 1 ottobre
    • Londra a fine ottobre (date ancora da destinarsi).
    Ci si vede in giro.

    Sono forse vuoto?

    Sono passati mesi dall'ultima volta che ho scritto qualcosa. Vorrei promettere ancora una volta che sarò più costante, ma sarebbe disonesto: so che tradirei una promessa del genere con la stessa acribia con cui desidererei non farlo. Sembra paradossale, e forse lo è.

    Non so cosa mi stia succedendo, ma non mi riconosco più (e non credo che i cambiamenti che sono sopravvenuti in questo ultimo anno e mezzo siano del tutto slegati dal fatto che non scrivo più, né per me stesso, né per gli altri).
    Una volta era tutto bianco e nero; e la vita era molto bella e facile. Era facile decidere, era facile giudicare, era facile la dialettica.
    Poi, senza che nessuno ti avverta, succede tutto in pochi mesi: le tue certezze sedimentate in anni si sgretolano impietosamente e forse a te non dispiace poi tanto.
    I fatti dicono che io sono uno qualunque e, per uno convinto di non essere uno qualunque non è un fatto facile da accettare. Ma è una presa di coscienza liberatoria, da un certo punto di vista; così, chirurgicamente, ho smontato, sconvolto e stuprato ogni mio presupposto. Il risultato è che ora ammiro le macerie del mio lavoro, chiedendomi perché l'ho fatto.

    Credo di essermi inaridito; la matematica ne è la causa. Volente o nolente, l'università mi ha costretto all'interno della mia scelta e ora mi rendo conto che forse avevo preso male le misure. Non posso vivere senza letteratura, senza arte, senza musica, senza tutto il lato umano e creativo. Non posso vivere senza le discussioni fino a tarda notte e la filosofia. E non posso vivere nemmeno senza la fisica, la matematica, l'algebra o la biologia. Io rivoglio tutto, tutto insieme.
    Perché mi piace vedere l'insieme delle cose, ammirare i collegamenti, scavare la complessità; non ho tempo da perdere con le stronzate noiose. Non ne ho nemmeno le capacità, onestamente: ho molte passioni, ma nessuno talento particolare.
    Ho pure smesso con l'auto-analisi. Dopo gli esiti disastrosi di una storia stupenda e atroce, ho sperimentato che non è sempre necessario parlare delle cose e che, forse, i problemi si possono anche accantonare e risolvere in un secondo momento. Non saprei dire se è una politica che ha funzionato o meno, ma sono ancora vivo; e, vi posso assicurare, non è poco.
    E poi non sopporto più l'Italia. Sento una compulsiva necessità di andarmene da questo posto, come una malattia. Magari, come direbbe un mio caro amico, sto solo spostando i problemi e fuggendo. Può darsi, ma mi sento come un turista qui; è una sensazione singolare, andare via di casa e sentirsi a casa.
    Mi sento irrisolto; so che c'è qualcosa nella mia vita che non va bene, ma non riesco a focalizzare. Così mi trascino, incompleto, attraverso i giorni.

    Non riesco a non guardare questo post e pensare che è incredibilmente noiso e vano scrivere così tanto su di me stesso, ma a questo punto delle cose ho bisogno di fare ordine, il che passa anche attraverso il doloroso esercizio delle lettere (il cui dolore, come è evidente, talvolta non è sufficiente a garantire un buon risultato).


    5/22/2008

    Manifesto

    Io credo che l'esercizio delle lettere richieda pazienza, pensiero e ponderazione. Ho sempre scritto le mie modeste parole sotto la dettatura dell'ossessione, lento e maniacale. Non sempre i risultati ne sono stati all'altezza.
    Io credo nel "libro
    assoluto
    , un libro dei libri che li includa tutti come un archetipo platonico, un oggetto la cui virtú non menomino gli anni", per citare ancora una volta lo stesso passo dell'infinito Borges. Non sono l'unico a crederci; ci credettero Apollonio di Rodi, Lucano, Camoëns, Donne, Milton, Firdusi e molti altri ancora prima di me.
    Io credo in un libro a cui mi permetto di non pensare, che fermenta nella mia mente dall'adolescenza e la cui scrittura è ancora lontana. Non mi aspetto che la sua realizzazione richieda meno del tempo che mi ha richiesto il suo concepimento.
    Io credo che sia giusto aspettare, prima di scrivere, perché la scrittura è un'arte difficile; io non sono un fuoriclasse e le parole, la metrica e la forma (come questo stesso ciceroniano ipozeugma) mi richiedono travaglio. Invidio molto quei pochi eletti la cui penna segue il pensiero.
    Io credo che vent'anni siano ancora troppo pochi. La vanità dei miei intenti giustifica l'attesa... io credo.

    4/28/2008

    Conversazioni con mia nonna #1

    Fausta: "Cosa vuoi, si diventa vecchi..."
    Io: "Ma è lo spirito che conta!"
    Fausta: "Eh, col cazzo."

    4/24/2008

    Come da specifica richiesta

    dovrei fare una Cartesiana buona enumerazione dei motivi che mi porteranno lontano da qui.
    Purtroppo, è impossibile senza concessioni alla verità e lunghe peregrinazioni verbali; per le seconde sono sempre pronto, per la verità, forse, no.
    Quello che sta succedendo in questi mesi è abominevole, ma forse un giorno mi piacerà. Il punto è che non è tutto così semplice come avrei potuto pensare; il punto è che non bisogna sempre sapere tutto subito; il punto è che ci sono dei fatti con cui devo, finalmente, fare i conti.
    Che io detesti l'Italia è fatto noto. Che io sia (stato?) propenso alla fuga, di nuovo, forse no.

    4/22/2008

    Un ritorno

    Perché poi le cose si accavallano, la noia si somma alla pigrizia e il tuo blog resta fedelmente deserto.
    Ho ripromesso a me stesso, ancora una volta, di scrivere con più costanza; non solo perché scrivere mi piace, ma perché mi serve.
    Da qualche mese evito con precisione chirurgica l'autoanalisi. Vivo alla giornata, faccio tutte quelle cose che farebbe un uomo dal destino segnato: fissarsi su dettagli insignificanti, staccarsi progressivamente e impercettibilmente da cose e persone (pentendosene solo quando è troppo tardi, naturalmente. "Cosa stiamo aspettando?" "Che sia troppo tardi, madame."), sbagliare.
    Mi sento come si potrebbe sentire una rana che è ancora un po' girino: come se avessi perso molto, senza guadagnarci nulla. Non credo di essere una persona migliore di quella che ero qualche anno fa, ma penso invece di aver perso, nel frattempo, alcune (non molte, per la verità) qualità; come vedere allo specchio una versione sbiadita di me stesso.
    Questo è il mio limbo, questa è la mia angoscia, questo è tutto quello che posso fare: aspettare.

    3/20/2008

    Voglio commemorare

    Sir. Arthur Charles Clarke.
    Come se ce ne fosse bisogno.

    3/18/2008

    Siate utili.

    Ho un biglietto ferroviario gratuito A/R per qualunque destinazione in Italia, che ho intenzione di far fruttare spendendolo sulla tratta più lunga possibile.
    Chi ha proposte (e annesso posto letto), commenti.

    3/11/2008

    Emetici

    Non so perchè ultimamente mi sto occupando di attualità, in questo blog. Credetemi, non è voluto; tornerò presto alle solite puttanate intimiste.
    Nel frattempo, quando anche l'ipecac fallisce o quando voglio veramente sentirmi male, apro il sito di forza nuova (che non linko, tanto per dare il mio contributo a non alzarne il pageranking) e contemplo la stupidità e l'ignoranza nella loro forma più adamantina e vertiginosa.
    La successiva mistura di incredulità, impotenza, frustrazione e rabbia non trova ipostasi migliore del vomito.
    Tanto per dire, eh.