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    7/21/2006

    I ricordi, talvolta

    venerdì ventun luglio duemilasei
    ore nove e cinquantadue
    sempre qui
    sono passati due anni

    Ogni proposito è stato bruciato, non ce la fai più.
    Save me, save me, save me, I can't face this life alone.
    7/19/2006

    WikiBio


    Chi ha tempo da buttare potrebbe partecipare alla compilazione della mia WikiBiografia on-line.

    Il link è qui sopra, la procedura è semplice, l'intento encomiabile
    Grazie.

    7/18/2006

    Maturità part.2: Scenes From a Memory

    martedì diciotto luglio duemilasei
    ore dieci e diciotto
    casa
    nostalgia canaglia

    Ok, parliamone.
    Dovevo farlo la settimana scorsa, ma la preoccupazione mista alla mancanza di voglia hanno procrastinato (non sono scuse, sono motivi).

    Il mio esame di stato si è concluso con un 100 - tanto per non tenervi con il dubbio fino alla fine del post (non sono Connelly) -.
    Qualche parola, invece, su come è cominciato: ricordo con una chiarezza che mi spingerebbe a citare ancora Borges e Funes, i giorni afosi delle tre prove.
    La sera prima del tema, un letto e il bignami d'italiano; la notte, l'insonnia, la paura; la mattina.
    Mi sono svegliato alle sei e mezza; non sapendo cosa fare, dopo aver controllato su internt i temi più gettonati, mi sono caricato in spalla la borsa con dentro venti chili di vocabolario (c'erano già i bigliettini per il giorno dopo) e sono uscito di casa.
    Il ripasso dell'ultimo minuto, le parole scambiate con le mie compagne, il mio migliore amico, i carabinieri che arrivano portando le prove, l'entrata in classe, l'euforia, l'apertura della busta.  Sono fotogrammi, più che una sequenza ordinata di eventi.
    Ricordo l'adrenalina quando la prof di italiano ci ha letto i temi:
    "Ungaretti"
    Questo è fattibile, dai. Nel peggiore dei casi me la cavo
    "Il distacco"
    Figata, faccio questi
    "La scienza"
    Si sono girati tutti verso di me. "Ok, faccio questo!"

    Insomma, una botta di culo: la traccia riportava testi di autori noti, Heidegger, Russell, Husserl, Hawking, Wittgenstein ecc.; io avevo avuto una discussione con Andrea due sere prima sul metodo della logica per Heidegger e, detto tra noi, ho sempre avuto un certo interesse per l'epistemologia. Alla fine è stato un 15.

    La seconda prova non ha quella vivacità delle altre due. E' stata una cosa abbastanza sterile, un mero esercizio di memoria o poco più, sebbene mi sia relativamente divertito a farla. Anche qui un 15.

    La terza prova è stata uno spasso. Ci aspettavamo latino-inglese-matematica-biologia-storia dell'arte, invece hanno cambiato le carte in tavola e, non senza una certa mia riconoscenza, ci si è presentata davanti una prova a base di Inglese (inevitabile), Matematica (idem), Arte (idem), Educazione Fisica (che cazzo è?!) e Storia (che mi aspettavo dalla sera prima).
    Insomma, per una serie di botte di culo anche qui, mi hanno chiesto solo cose che sapevo. Di un 14 non ci si lamenta mai, no?

    Quanto all'orale, una nota di merito va al mio amico Andrea (non lo stesso di prima), che mi ha aiutato con la grafica della presentazione. Il risultato è stato ben oltre i superlativi che conosco, per cui non mi sperticherò ulteriormente; nella sezione foto ci sono degli assaggi. A lui va tutta la mia gratitudine ancora una volta.
    Per il resto è andata bene, in fondo. Mi ha un po' inculato su Tacito, ma diciamo che me la sono cavata (con il senno di poi). Le ore dopo sono state strazianti. Per fortuna un pomeriggio con Bog e Jacopo mi ha tirato su il morale.
    Nei giorni seguenti non posso non citare, a questo riguardo, i contributi di Marta e della mia mamma.
    E con questo la pianto.

    Risveglio e illusione, ovvero il mondo come rappresentazione

    martedì diciotto luglio duemilasei
    ore dieci e zero quattro
    casa
    male al collo

    Il risveglio è sempre la parte peggiore.
    Nei momenti che precedono l'apertura degli occhi ci sono un misto di chiarezza e confusione ottundenti; vivo in un mondo in cui sono reali i personaggi, ma onirici i nessi tra di loro.
    Ogni mattina resto in quel limbo surreale, beandomi di situazioni talmente eventuali da essere impossibili.
    Ogni mattina io sogno.

    Questa volta è stata sofferenza. Altre volte è felicità, altre ancora tristezza, tenerezza o tranquillità. Ma stamattina c'è stato spazio solo per il ricordo.
    Come l'uomo de "le rovine circolari", in questo stato semionirico ricreo persone e situazioni, le coloro e le riempio di sfumature e particolari sempre nuovi, compiacendomi poi della loro illusoria realtà.
    Cerco di reinventare il mondo, aggiungendolo di quello che non mi ha dato, arricchendolo delle mie speranze, aspettative e delusioni.
    Per poi vedermelo, ancora una volta, sfuggire.
    7/5/2006

    Maturità

    mercoledì cinque luglio duemilasei
    ore diciannove e quarantasette
    casa
    ora sono maturo?

    Oggi ho fatto l'orale; le conseguenze sono molteplici: l'incazzatura perché gli imbecilli trovano sempre il modo di manifestarsi, la fine ufficiale del liceo, vuotezza generale, eccetera.

    Questa è una mera nota informativa. Domani, che sarà un giornata di ricordi affatto facile, aggiungerò le postille filtrate attaraverso il senno di poi e la tristezza che si confà alla speranza tradita.


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    7/1/2006

    Mattatoio n° 5 - #3

    “Tre metri sopra il cielo”, di Federico Moccia

    Mi arriva tra le mani così, quasi per caso. La copertina in bianco e nero,  la foto di due ragazzi intrecciati in un’improbabile contorsione amorosa – lui alto un buon mezzo metro più di lei –, su cui svetta il titolo in blu. Tre metri sopra il cielo (inizia subito ad essere sensato).
    Volto il volume e leggo la recensione in quarta di copertina. “Una grande storia d’amore”; cominciamo male. Spinto però da un paio di amici, mi avventuro alla scoperta di questo nuovo figlio della letteratura giovanile italiana.
    Non l’avessi mai fatto!
    Un inno all’originalità: lui la abborda (in maniera peraltro molto probabile), lei lo respinge, lui fa il figo, lei lo snobba, lei si innamora, lui è già innamorato, si amano, eccetera eccetera.
    In questo tripudio letterario sono inseriti piacevoli flashback e digressioni sulla vita dei personaggi di una banalità che definire Brizziana è poco, oserei dire sconvolgente: lui scopre la madre con l’amante, lui era un ragazzo per bene, lui ha giurato a se stesso che “da quella volta” nessuno lo pesterà più, lui si vendica, lui vendica il mondo, lui ha un fratello perbenino, lei era insieme a un tizio che le ha messo le corna (apriti cielo), lei era molto depressa, lei ha una professoressa che la odia, lei trova il ragazzo dei suo sogni, la sua migliore amica, naturalmente insieme al migliore amico del suo uomo, la aiuta in tutte le brutte situazioni (in cui la caccia).
    Devo ammettere che verso la metà, escludendo pestaggi, idiozie e momenti improbabili, la lettura di quello che resta - due righe - diventa quasi piacevole; all’inizio, invece, stenta, cercando di catturare con frasi ad effetto tipo “E allora quello non sarà un giorno come tutti gli altri”, riuscendo solo noioso, pedante e costruito. Ma quello che veramente affossa il tutto è la conclusione. Non contento della generale banalità che è riuscito a infondere, il Moccioso, negli ultimi due capitoli, si lancia in un’escalation di insulsaggine che ha del vertiginoso. Ma non voglio rovinare la sorpresa a chi non ha ancora avuto il piacere, cito solo l’ultima frase del penultimo capitolo – ovvero redenzione del cattivo, alla faccia dei clichés -: “[…] a Natale sono tutti più buoni”. Si commenta da sé.

    Premio ai soliti neologismi incomprensibili, ai vari congiuntivi mancanti e menzione speciale ai dialoghi, costruiti con un’inconsistenza e una superficialità squisite. Giusto perché non ci piace fare stereotipi, i dialoghi base tra uomini sono: birra, donne, sesso, auto, moto, pestaggi, sesso, donne. Per quanto riguarda le fanciulle: ragazzi, sesso, borsette, scarpette, magliette, felpine, gonnelline, trasgressione, genitori rompicoglioni, sesso, ragazzi. Il bello, però, viene quando si incontrano: cosa hai fatto ieri, cosa hai fatto oggi, cosa farai domani, come stai, dove vai, me la dai, romanticherie varie, melensaggini maldestre, eccetera. Mi chiedo veramente se il mondo sia così (no).
    Mi chiedo anche perché questi sedicenti autori, di cui uno dei prototipi e mentori è il micidiale Brizzi, si divertano tanto a far finta di scavare nella società per poi trovare solo queste stupidissime realtà marginali, piuttosto che la quotidianità.
    Ossia: perché questa gente scrive la storia di uno sboccato e di una perbenino che si mettono insieme (in mezzo a storie di vita ebeti e/o stralette), vivendo il tipo di relazioni sui cui il Mulino Bianco ha già detto tutto? Perché c’è questo bisogno così radicato di cercare la trasgressione a tutti i costi? Perché vanno così di moda i luoghi comuni e lo slang di borgata? Perché ogni dialogo, ogni “riflessione”, ogni capitolo deve affondare nella superficialità più profonda? Mah. Forse perché questi neo-scriventi ritengono che la love story tra uno scapestrato alquanto sfigato che pesta a destra e a manca e una tizia alquanto anonima che per amor suo si getta nel letame sia rappresentativa e soprattutto interessante. Certo.
    O forse perché, semplicemente, scrivere di piccoli mondi delle idee è infinitamente più semplice che cercare di analizzare con un po’ di spessore la realtà di tutti i giorni, che con la sua enorme complessità è molto più originale della più stramba delle invenzioni; tipo questa.

    Ai sostenitori di tale opera (mi dispiace), però, bisogna riconoscere che il libro ha avuto il sostegno - e chissà perché la cosa non mi stupisce - di una testata decisamente rinomata per il suo impegno in ambito letterario e per la serietà  con cui si impegna a divulgare grandi temi, uscendo addirittura allegato in fascicoli.
    Su “Cioè”.
    Quello che pretenderebbe di essere la storia di due ragazzi che si innamorano, le loro vicissitudini, i loro bisogni, le loro verità e tutte quelle amene idiozie con cui torme di ragazzi/e si riempiono i diari, riesce solo come l’ennesimo e tristemente inconsistente tentativo di un autore troppo giovane per parlare di giovani. Adolescenziale al limite dell’infantile, è più adatto a farci sognare sopra le lettrici (o lettori) di “Cioè” – con tutto il rispetto per le lettrici (o lettori) di “Cioè” –, che ad essere classificato come “romanzo di vite quotidiane”.  Mi verrebbe da scrivere che cerca di pescare - senza poi attingere nulla - da Pasolini, o, per farla grande, da Bukowski (ci tornerò sopra), ma il paragone su un libro di retaggio simile risulterebbe semplicemente offensivo.
    Parentesi poco importante. Un trafiletto in quarta di copertina mi informa con tono da guarda-che-roba-che-hai-l’onore-di-leggere, che il libro “è circolato per anni in fotocopie, diventando un cult tra i giovani della capitale”. Domanda: quanti anni, visto che la storia contiene riferimenti svariati a canzoni dell’anno scorso? Chiusa parentesi poco importante.

    In tutto, nient’altro del solito pastone di vite allo sbando, amori folli, personaggi tautologici, fantasie banali al limite della presa in giro e poca grammatica.
    Comunque resta un ottimo libro da regalare a Natale ad un parente cieco o al caminetto.