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    6/27/2007

    Flash

    Presentatore del tiggì [io in giacca, cravatta e cerone. Pantaloni no, ma tanto non ne ne accorge nessuno.]: - Signore e signori, buonasera. Quest'edizione flash va in onda in forma ridotta per annunciare che le puttanate intimiste di questo blog sono sospese fino al 4 luglio, data dell'ultimo esame che l'autore deve sostenere.
    Vi lasciamo quindi ai vostri impegni o, se proprio non avete niente da fare, agli interventi precedenti; seguirà una tranquilla settimana.
    Arrivederci!

    6/24/2007

    Comunicazione di servizio - Pt. II

    Ho intersecato gli eccellenti e privati consigli di un (molto) caro amico e i pubblici suggerimenti di Huyhnhnm.

    Qualche nota a margine; per punti, in ordine sparso:
    - Il "sé" lo preferisco con l'accento, per coerenza con le regole, che mi sembrano sensate (la distinzione dal "se" congiunzione); gli altri sono stati limati.
    - In realtà mi piace la "d" eufonica, che ho inserito sovente anche in qualche "ad", oltre che "ed". E' un'eredità della mia maestra di geografia (!) delle elementari; grande, grossa e romagnola, ci aveva inculcato questa manìa. Che, in fondo, non trovo affatto sgradevole.
    - "Il derelitto che fu", perchè il passato remoto è prettamente aoristico, che ho usato per indicare un passato puntiforme, già concluso. Lo trovo più incisivo dell'imperfetto (continuativo, in qualche modo) "era".
    - Quanto alla virgola di "improvvisamente", Luca ne è testimone, sono stato molto in dubbio. Tutt'ora, pur avendo adottato il suggerimento di
    Huyhnhnm, mantengo qualche riserva.
    - L'aggettivo "fatale", nella frase "il cui nome fatale" è voluto e premeditato. Quanto a "coperto da un cappello", che mi è stato notificato come poco appropriato, avrebbe lo scopo di riprendere la struttura della sequenza immediatamente precedente "avvolto in un pastrano", PV + complemento retto.
    - Trovate che "opera dei "noi" passati" sia orrendo?
    - Ho inserito un intervallo di riga tra la morte di Thomas e l'avvento del suo successore, così dovrebbe essere chiaro che il soggetto nelle frasi successive è lui. Ho volutamente omesso l'identità dell'altro, anche se questo ha reso un po' più difficoltoso il tutto, ma mi pare sensato; vi chiedo: il periodo che inizia con "Non ne seppe più nulla" e finisce con "essere" è di difficile lettura e/o interpretazione?
    - "Convulso marasma" ha un'onomatopea interessante, secondo moi. "Convulso", che qualcuno sa essere una delle mie parole favorite, ha le tre sillabe spezzate da quelle tre vocali chiuse che gli donano un ritmo, appunto, convulso. Quanto a "marasma",
    mi pare che interpreti bene il suo significato, dato che ogni sillaba confluisce inevitabilmente in una apertissima "a", come se tutto si confondesse, aiutato anche dalle "m", "s" e "r", tutte consonanti continue. Ritengo quindi lo sposalizio giutificato. Suona male?

    Ci sono altre questioni marginali, ma per ora può bastare questo, anche perché mi devo andare a lavare e ho sonno.
    Apprezzo molto e vi ringrazio.

    E piantatela di pensare che mi incazzi. Cazzo.
    6/22/2007

    Comunicazione di servizio

    La mia serata è stata dedicata ad apportare qualche sottile, ma fondamentale ritoccatina a questo.
    L'invito è implicito.
    6/21/2007

    Estoy buscando una ficción

    Scrisse l'eterno Borges che "l'esercizio delle lettere può favorire l'ambizione di costruire un libro assoluto, un libro dei libri che tutti li includa come un archetipo platonico [...]". In questi giorni densi e sudati mi ritrovo spesso a concepire la velleità di un racconto universale, un racconto che parli del tempo infinito e circolare, un racconto di trame nascoste e di uomini ignoti, un racconto articolato su tempi inumani, attraverso generazioni orgogliose e luoghi eterogenei.
    Immagino una contesa, un uomo che suggella un'opera con la sua morte, dei tessitori di
    orditi invisibili e fatali, una vittima e un carnefice. Tuttavia, il pensiero resta sterile e astratto mentre io continuo ad affondare nella "disperazione dello scrittore che non scrive", per dirla con Marguerite Yourcenar.
    6/20/2007

    No Logo

    Io generalmente non mi occupo, né tantomeno mi faccio interessare, dall'attualità. Oggi, però, ho letto questo e ne sono restato sconcertato e frustrato.
    Voglio solo condividerlo con voi. Anche perchè, ormai, è troppo tardi.

    6/19/2007

    Mattatoio N° 5 :: "Scusa ma ti chiamo amore"

    Terzo capitolo: Federico Moccia scopre l’uso del punto fermo. Per premiarlo, la Rizzoli decide giustamente di pubblicare un tomone di settecento pagine in commemorazione dell’evento. Il tomone in questione si intitola “Scusa ma ti chiamo amore”. Senza la virgola. Il Moccioso è uno dei pochi autori esistenti a riuscire a mettere errori di ortografia anche nel titolo.
    Il giovane Federico, avventuratosi alla scoperta di quegli strani segni sulla tastiera, dopo averci messo trentacinque anni a capire come combinare alla bell’e meglio le lettere, è restato affascinato dalla semplice ed elegante forma del punto (.); talmente affascinato che non ha saputo fare a meno di infilarlo ad ogni piè sospinto, dando al racconto quel ritmo convulso che piace tanto agli scrittori new-age che non sanno scrivere (infatti sono new-age).

    Lo stile di Moccia lo conosciamo: dialetto romanesco mischiato a italianizzazioni e inglesismi; periodi a volte monosillabici, a volte assolutamente inestricabili; totale mancanza di controllo del mezzo espressivo (evidente, ad esempio, nel modo impacciato di articolare lo sviluppo dell’intreccio, nella cronica mancanza di profondità nella caratterizzazione anche del personaggio più banale o nell’imbarazzante uso delle figure retoriche più elementari); punteggiatura carente e idee, se possibile, anche peggio.
    In breve, la trama: ci sono quattro amiche (Olly, Niki, Diletta e Erika) ed un cervello. Le loro iniziali creano la parola “onde”, che diventa la denominazione del loro “gruppo”. C’è, tra loro, la protagonista: Niki, una cretina che gioca a fare la ribelle alla Avril Lavigne e che ne è compiaciuta almeno quanto Step lo era di sé stesso. C’è Alex, pubblicitario di successo, scaricato di fresco dalla compagna Elena dopo anni di convivenza e progetti di matrimonio. C’è un “incidente” stradale che li fa incontrare. C’è la loro storia, ovviamente travagliata e infarcita dei soliti stereotipi, di cui i “libri” del Moccioso non sono altro che compendi.
    Voglio sorvolare, per una volta, sullo sviluppo dei fatti. Sorvolo perché ogni nuovo prodotto del Moccioso sembra essere fatto apposta per dimostrare che non c’è limite al peggio. Semplicemente, qui abbiamo travalicato i confini della credibilità; il Moccioso non si sforza più nemmeno di sembrare credibile, magari perché si è reso conto che gli sforzi sono comunque vani, e si limita a scrivere di piccoli mondi delle idee.

    È comunque divertente trovare le analogie tra quello che succede qua e in “Tre metri sopra il cielo” od “Ho voglia di te”: ci ricordiamo il delizioso e imprescindibile rituale della corsa clandestina in 3MSC, che è stato qui rimpiazzato dal “BumBumCar”, un simpatico passatempo in cui i soliti figli di papà se la godono a darsi addosso l’un l’altro a bordo di automobili rubate.
    Ci ricordiamo anche che Bàbi e Step Mancini si incontrano per strada, la prima volta. (No, fermi, lei era in macchina!) Per allontanare da sé l’onta di uno scostamento dal canovaccio standard, anche questa volta il Moccioso combina un incontro attraverso incidente stradale.
    Le indimenticabili peripezie di Bàbi la Ribelle per bruciare la mattinata scolastica si ripetono pari pari anche qui, e si ripete identicamente anche il cliché della professoressa stronza.
    Ad un certo punto, poi, Alex il Vincente dà lezioni di guida alla sua giovane fidanzata sul cavalcavia – quale posto migliore? - di Corso Francia; non vi ricorda niente? Ve lo dico io, è il cavalcavia a cui Step il Wirter aveva affidato ad un amore insulso una dedica giustamente insulsa, che è anche il titolo di un libro insulso – continuate voi.
    Coumque, se avessi qualche dubbio che il Moccioso abbia un minimo di talento o fantasia o che sappia chi fu Dante, potrei forse dire che tutto questo costruisce un mondo semantico trasversalmente coerente; ma non ce l’ho.

    Voglio spendere due parole, aldilà dell’analisi puramente tecnica, sul tanto decantato “amore” di cui il Moccioso riempie le pagine e la bocca. Moccia si arroga il diritto di parlare di amore, facendo furbamente leva su un sentimento universale, ma lo fa con la superficialità del quattordicenne (che poi è il compratore per eccellenza dei minestroni Mocciosi); non c'è emozione, non c'è desiderio, non c'è dolore; tutto quanto è in funzione della più scontata, melassosa e vendibile banalità; l’intimo rapporto tra eros e thanatos è sostituito dal solito, insulso e inconcludente edonismo adolescenziale.
    6/16/2007

    Riempitivo

    Solo qualche riga per procrastinare le voci sulla mia morte.
    La vita procede inutile: è una continua tensione che non si risolve mai. Aspetto luglio, aspetto la libertà, aspetto la felicità.