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    6/26/2006

    Mattatoio N°5 - #2

    “100 colpi di spazzola prima di andare a dormire”, di melissa p.

    C

    on “100 colpi di spazzola prima di andare a dormire”, la signorina melissa p.– che non ha mai rivelato per cosa stia la “p.”, ma personalmente, una mezza idea ce l’avrei… - è al suo, tanto discusso quanto misero, debutto sulle scene “letterarie” italiane (si spera che non si diffonda anche all’estero).

    Chiariamoci sui termini. Chiamare questa roba “libro” è decisamente fuori luogo. Porcheria si adatta decisamente meglio.

    Ora, la porcheria è fondamentalmente la storia di questa deliziosa ragazza che, a detta della recensione in quarta di copertina, “scopre il suo corpo”. Ma guarda. Avevo capito che a scoprilo fosse anche mezza Catania.

    Sempre secondo il geniale recensore, questa qui si passerebbe mezza città per “trovare l’amore”, o, per dirla con le sue parole “Melissa concede il suo corpo a chiunque lo chieda, speranzosa che qualcuno, guardandola negli occhi, si accorga dalla sua sete d’amore” (aspettate perché poi migliora).

    Personalmente, l’unica sete che ho trovato lì dentro aveva molto poco a che fare con l’amore. E forse dovremmo spiegare al “critico” come si chiama una che “concede il proprio corpo a chiunque lo chieda”.

    Modella, esatto.

    A detta del nostro amico, la porcheria sarebbe pure “lirica e sconvolgente”, “dura e romantica”, per non parlare de “Il debutto italiano più forte e sorprendente degli ultimi anni”.

    Che sia sorprendente, è innegabile. E’ sorprendente cosa riesca a fare una campagna di marketing ben organizzata mista ad una certa furbizia ed ad una diffusa ignoranza. E’ altrettanto sorprendente che una cosa del genere sia stata stampata. Ed è, per quanto mi riguarda, sconvolgente che qualcuno lo apprezzi.

    Per quel poco che si può dire sullo stile, se così vogliamo chiamarlo, la scrittura sembra quella di un tema delle medie. Aggettivi fuori posto, punti esclamativi e di sospensione come se piovesse, narrazione pedante e pedissequa, lunghi periodi senza un segno di interpunzione intervallati da frasi monosillabiche e da qualche sciatto dialogo, nomi propri con la lettera minuscola, descrizione in forma di diario, ecc; per non parlare del turpiloquio e dei coloriti sinonimi dei genitali, che si sprecano.

    Le scene di sesso (un buon 60% della porcheria), sono scritte senza alcun tentativo di coinvolgimento del lettore. Una lista della spesa è più avvincente.

    La mia perla preferita, però, si trova a pag. 85, ed è una citazione sbagliata da “Lolita” di Nabokov, in cui Humbert Humbert, protagonista e prima persona del libro originale, diventa magicamente “prof.Hubert”, riferito al prof di matematica con cui Loly se la sta facendo in quel periodo. Credo che, ad essere citato in questo contesto, uno dei più grandi scrittori del secolo scorso si stia rivoltando nella tomba.

    Tutta questa faccenda, comunque, sottende uno sfruttamento commerciale delle perversioni più o meno diffuse dell’italiano medio abbastanza evidente e grossolano, ma a quanto pare sufficiente. Sufficiente a far arrivare questa roba nelle librerie e sufficiente a trascinare la signorina melissa p. (l’editore ha avuto il buon gusto di mettere le lettere minuscole) da Costanzo ad ingrassarle ulteriormente il salvadanaio.

    Dopo aver letto la fine, sorge spontanea la domanda: i cento colpi di spazzola se li è dati sui capelli o in testa? Perché se fosse la seconda si spiegherebbero molte cose.

    Un’altra arrogante banalità che però, questa volta, mi ha rovinato di più di un pomeriggio (ora va bene?). *

    ___________________________________________________________________

    * il riferimento è ad una lettera che era stata spedita al giornale, in cui venivo criticato, tra l'altro, per aver letto il libro di Brizzi in un pomeriggio. La sensatissima critica sosteneva che in così poco tempo non potevo aver capito nulla di un libro così profondo.

    6/24/2006

    Forse sì

    La condiscendenza di un amante innamorato.

    If it's a crime, how come I feel no pain?

    sabato ventiquattro giugno duemilasei
    ore undici e ventisei
    sempre qui
    canicola

    C'è qualcosa di più irritante e insopportabile dell'arroganza di un amante disinnamorato?
     

    Mattatoio N°5 - #1

    Non ho altro modo per giustificare i prossimi post di questo tipo se non con la vanità.
    Sono le stroncature di libri che ho pubblicato su "Scripta Manent"; le trovo ancora divertenti e mi piace l'idea di dare loro una vita elettronica. Spero apprezzerete.

    “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, di Enrico Brizzi

    I


    n un pot-pourri di amici-compagni, canne e idiozia giovanile, Mister Brizzi caccia fuori dalla sua penna una Bologna ed una storia talmente stereotipate ed infantili da mettere in serio pericolo anche il poco invidiabile primato di “Bastogne”.
    La lista delle esaltanti avventure del “nuovo eroe liceale”, Alex, sedicente alias di Jack Frusciante (qualcuno dovrebbe informare il signorino Brizzi che Frusciante si chiama John?), contempla non solo “Serate-Etiliche-E-Stai-A-Dormire-Da-Me”, ma anche scalmanate corse sul ripido pendio di una montagna per raggiungere, fine supremo, l’amata (complimenti, Brizzi, non poteva trovare nome migliore) Aidi. Non parliamo poi delle “tarmate” a scuola o delle pietose riflessioni sulla vita.
    Non contento di far “parlare” il suo personaggio principale kon neologismi di dubbio gusto, l’autore si lancia pure in alcoliche dissertazioni sul suicidio (di una banalità sconvolgente) e sul ruolo del “vecchio Jack” (John per i sobri) nei Red Hot Chili Peppers.
    Debole e banale, lo stile avrebbe fatto invidia ad Enigma nella seconda guerra mondiale: assolutamente indecifrabile e, come già detto, infarcito di neologismi, cerca molto di più la frase diretta e il genere “punto e a capo” di chi non ha nulla da dire, piuttosto che di comunicare veramente qualcosa del mondo “giovane” e giovanile.
    Una chiara mancanza di intenti, conoscenza e spessore; l’opera di un ventenne che si è visto mandare in stampa, mi auguro per sbaglio, il frustrato prodotto delle sue frustranti notti davanti al computer.
    Una porcheria pericolosa, peraltro, dato che chiunque potrebbe essere traviato dalle idiozie contenute nel libro, tanta è la leggerezza con cui questi simpatici borghesi, non avendo nulla di meglio da fare, sputano nel piatto in cui mangiano, deambulando con magliette di Ernesto Guevara (senza mai aver sentito parlare di Fulgencio Batista o di Alberto Granado) al grido di Avanti Popolo.
    Per inciso, il problema non risiede nella canna o nella Serata-Etilica-Ecc-Ecc, ma nell’agghiacciante nonchalance con cui il signor Brizzi descrive questi eventi come modalità e ragione di vita, metodologia e quotidianità dei ragazzi. Se questo è il panorama giovanile del 2000, viene proprio voglia di un suicidio di massa.
    Comunque, anche lo spaventevole film “tratto da” riesce perfettamente nell’intento di affondare qualsiasi buona intenzione nella più assoluta e squallida banalità, con il signor Accorsi che, tra una crisi isterica e l’altra, si affatica con la sua biciclettina e la bella (?) Aidi, tutta coccole e letterine.
    Il summo trionfo dell’idiozia giovanile sulla decenza. Un libro che avrebbe tutte le intenzioni di risultare: 1. un libro, 2. un libro decente, 3. un libro nuovo. E non riesce in nessuna delle tre cose.
    Anzi, vecchio, fiacco e risaputo, riesce solo a sembrare una gatta che si fa le fusa accarezzandosi da sola.
    Un’arrogante banalità che mi ha rovinato il pomeriggio.

    Un addio. Il mio ultimo editoriale.

    [Il sipario si apre. Il palcoscenico è vuoto. Davide sta in piedi al centro, illuminato solo da un faro. Nel buio, si distingue chiaramente anche il cono di luce. Fa qualche passo avanti, fino a portarsi sul bordo del palco. Inizia a parlare, triste.]

    D: Infine, ci sono. Da tre anni concepivo e ignoravo il momento in cui avrei interpretato questo editoriale ed in cui avrei, conseguentemente, chiuso un ciclo della mia vita; quel momento, complice il tempo inesorabile, è arrivato.
    Sapere che queste sono le ultime parole da direttore mi provoca una strana commistione di malinconia, disillusione e felicità.
    Dovermi staccare da qualcosa che considero una mia creazione (senza che per questo debba necessariamente esserlo) e per cui ho così tanto gioito, sofferto e sudato mi lascia un vuoto che definirei, senza voler essere patetico, incolmabile.
    So che la vita dei prossimi mesi mi prospetta una metropoli e la libertà e che di questo dovrei essere felice acriticamente; ma tutto quello che SM è stato per me in questi tre anni è, e resterà, insostituibile.
    Insostituibile perché nulla potrà riempire i miei venerdì come quell’ora di riunione, nulla potrà sostituire l’adrenalina che precede la consegna dei pacchi, nulla potrà sostituire la soddisfazione di aver fatto un buon lavoro e di vederlo riconosciuto.
    SM non sono solo ventiquattro pagine sputate fuori dalla rotativa ogni tre mesi. SM è stata una scusa per uscire dalla classe, uno modo per riunirsi e divertirsi, un modo per crescere ed essere orgogliosi (anche un modo per farsi le notti in bianco, ma sorvoliamo). Io ho vissuto questo giornale. Non è stata solo una sterile esperienza giornalistica: ho sofferto quando veniva schernito e gioito quando veniva apprezzato; ho combattuto perché potesse essere quanto di meglio credessi fattibile ed esultato quando lo è stato. Con il senno di poi, ci vedo riflessa la mia crescita degli ultimi anni; e per questo, a maggior ragione, lo considero parte di me.
    Staccarmi da questa scuola sarà tragico. Non smetterò mai di dire che buona parte di quello che sono in atto è grazie all’ambiente che ho trovato qui; vengo da un’esperienza non troppo felice, prima di tutto per colpa mia, ma è stato fondamentale trovare delle persone comprensive e non repressive.
    Nello stesso periodo dello scorso anno, Morena aveva enumerato ottimamente tutte quelle piccole cose che rendono più straziante l’addio; rimando al suo articolo, senza rischiare di essere ripetitivo.

    [Sorride]

    D: Il distacco mi provoca anche felicità. Questo perché se c’è stata una linea comune nel corso di SM, quella è stata il generalizzato divertimento. Non ci siamo mai presi troppo sul serio (come invece so aver fatto qualcun altro), tendendo a trasformare puntualmente ogni riunione in una specie di circo, io in primis. Si è sempre trattato, almeno dalla mia (non poi così) modesta prospettiva, di qualcosa di più di un semplice gruppo di liceali che scrivono articoli: siamo stati un gruppo di amici. Amici che si divertono, per la precisione.
    Sono felice che questo giornale continuerà a camminare anche senza di me, mi auguro solo che la direzione che seguirà non sia troppo diversa. Vi ho già annoiato abbastanza spiegando perché ho sempre preferito fare pochi numeri bene piuttosto che tanti male, facendo l’apologeta e l’irriverente. Non ci tornerò sopra; questa è la linea editoriale che abbiamo adottato perché la credevamo giusta. Punto.
    So che le cose cambieranno, purtroppo. È una delle poche certezze della vita: tutto cambia. Non posso fare altro che affidarmi al buon senso di chi sarà direttore e responsabile dopo di me e la professoressa Zin. Il che è frustrante, volendo.

    [Si gira verso la professoressa Zin]

    D: Professoressa… qualche parola ci vuole. Ho nel cassetto un suo foglio che mi ha fatto rendere conto di molte cose; ho alle mie spalle alcune sue frasi cui devo molto. E’ stata un consigliere ineccepibile ed una responsabile comprensiva. La storia non si fa con i “se”, ma nulla sarebbe successo senza di lei. Grazie.

    [Alza lo sguardo come per pensare, poi passa lo sguardo sulla redazione, in prima fila.]

    D: Redazione: voi non lo sapete, ma mi mancherete (toh, fa pure rima). Nulla di tutto questo sarebbe ugualmente stato possibile senza di voi. Siamo cresciuti insieme, e questo ci lega per sempre. Ne sono felice.

    [Infine guarda gloriosamente tutto il pubblico]

    D: Continuerò a scrivere per questo giornale, se mi sarà concesso, ma la mia avventura finisce qui. Alle spalle ci sono otto numeri di una gran pubblicazione e una serie di esperienze e persone che nulla potrà intaccare.
    Scripta Manent sarà sempre, nel mio cuore, il mio giornale. E voi, nel mio cuore, i miei lettori ed il mio pubblico. Grazie di essere qui. Vi adoro.

    [Retrocede di un paio di passi, mentre la luce sfuma verso il buio. Infine è solo oscurità, il sipario si chiude.]

    La fine e il ritorno

    Venerdì ventitrè giugno duemilasei
    ore ventitrè e cinquantadue
    casa - studio - scrivania
    caldo e maglietta degli iron

    Ventinove giorni. Lo so.
    Devo la mancanza di aggiornamento di questo blog alla congiunzione di preoccupazioni e svogliatezza. Il progetto Moleskine è stato immolato sullo stesso altare di accidia.

    Eventi rimarcabili:
    Gods of Metal (Def Leppard, Whitesnake, abbandono milanese, stanza sporca, mattina assonnata), Maturità (Tre prove, tre soddisfazioni. Manca l'orale, ma mi preoccupa poco), Tesi (è finita), Scuola (è finita anche lei; con una certa melancolia, aggiungerei), Musica (ho un nuovo gruppo), Studio di registrazione (si è allagato).

    Eventi non rimarcabili:
    la tristezza e la disperazione, per la logorante continuità.

    Varie ed eventuali
    : Lascio alle mie spalle una scuola e un bagaglio di esperienze e istanze che nulla potrà intaccare. Questa consapevolezza mi conosola, per quanto una consapevolezza possa palliare la realtà.
    Mi abbandono alla speranza che chiamiamo futuro, ma essendo incline al rimpianto so che questo distacco mi causerà un dolore che ora è ancora solo torpore.
    "E' l'ultima ora di liceo." E' stato strano pensarlo, è terribile ricordarlo, saraà straziante riviverlo. Ma anche questa è vita.

    Note a margine: mi irritano profondamente le persone che non sono in grado di uscire dal loro stupidissimo autocompiangimento compiacente. Resto basito da quanto l'amore possa rendere cretini.
    Resto stranito (anche se non dovrei, per simmetria di posizione) da quanto poco ci si possa rendere conto di influire sugli altri.

    Non è stato un mese facile. Ho studiato, ho sofferto, ho tremato di paura, ho gioito di felicità, ho goduto dell'ebrezza della logica deduttiva, ho amato. Tutto insieme, senza soluzione di continuità.
    Una vita davanti non è necessariamente un male.
    Ma non ostante (si, cazzo, si scrive anche così) questo, fa cagare. Profondamente.