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2009/4/24 Considerazioni Inattuali II: della censura a Vauro Senesi.Premessa: ho scritto questo articolo qualche giorno fa. E' di oggi la non sorprendente, ma deprimenti notizia che Milena Gabanelli è stata deferita al comitato etico (qualunque cosa sia) della RAI. Berlusconi, inoltre, ha fatto una capatina in un paese dell'est, la Repubblica Ceca questa volta, questa volta, per promulgare uno dei suoi editti, in cui stavolta proclama che si è "rotto le scatole" e che, prima o poi, prenderà gli "opportuni provvedimenti contro i giornalisti". Per non lasciare spazio al dubbio ha anche aggiunto che non tollererà più che qualche parte del servizio pubblico si permetta di “remargli contro”. Non sia mai.
Comunque, Vauro è stato reinserito come vignettista ad Annozero e per una volta una vicenda si è conclusa bene; non ostante questo, credo che le considerazioni intermedie abbiano ugualmente una loro autonoma validità. I.
“Se non trovi nulla che ti offende, probabilmente non vivi in un paese libero”. Ci sono alcune premesse da fare. Numero uno: la “TV pubblica, pagata con i soldi di tutti”, che è già di per sé un abominio che non ha eguali nel mondo, proprio perché è “pubblica” non è lì ad uso e consumo del potente di turno (senza alcuna distinzione di segno politico, per una volta); inoltre, sempre perché è “pubblica”, dovrebbe essere anche plurale, ovvero dovrebbe poter dar spazio a contenuti ed argomenti di qualunque tipo; la libertà di espressione, si chiama così, è uno dei punti cardine della democrazia (e no, così non sto legittimando anche gli estremismicome nelle puntate di “porta a porta” dove si apologizzò allegramente il fascismo o quelle del “Maurizio Costanzo show” dove Costanzo invitò due neonazisti ad esporre pacatamente la loro visione delle cose. Non sto legittimando tutto questo perché, come osservò Bernard-Henri Lévy, “quelle idee le ha già giudicate la storia e non possono essere reintrodotte nella discussione”.) Numero due, la satira. Da quasi vent’anni a questa parte, ovvero dall’avvento del berlusconismo come cultura di massa, si sente spesso parlare di satira, quasi mai a proposito. È dunque forse il caso di mettere dei puntini sulle “i” e precisare che cosa sia la satira: secondo Aristofane la satira si occupa di sole quattro cose: morte, sesso, politica e religione. La satira è l’esorcizzazione, lo svisceramento, la critica e la demitizzazione sistematica e liberatoria di questi pilastri vertiginosi della nostra vita. Nello specifico, satira si definisce quell’elemento di controllo del potere precostituito, quella critica feroce e terribile che mette sempre in discussione il potere, che ne giudica l’operato con occhi impietosi e che lo svuota della sua aura classista. Satira è “un punto di vista e un po’ di memoria”; richiede un’opinione sulle cose e la grida forte, fintanto che fa male. Satira è buttare alcool su una ferita: brucia da impazzire, ma è vitalmente salutare. La libertà di satira, dunque, non è affatto contro la democrazia: la libertà di satira è la democrazia. Tanto per fare degli esempi, allora, “Le Iene” non sono satira, e non lo è nemmeno “striscia la notizia”; quello è “sfottò”, per rifarsi a Dario Fo (grande teorico della satira, prim’ancora che autore). Daniele Luttazzi, invece, è probabilmente l’unico autore che fa della vera, sana e dolorosa satira. È chiaro che la satira, come strumento di controllo del popolo sul potere precostituito, spaventa a morte i potenti; se non spaventasse, non sarebbe satira. Quindi, nei panni del potente di turno, la prima cosa che ognuno farebbe per tutelarsi sarebbe appunto di estrometterla dai grandi circuiti pubblici (editto bulgaro, 2001), e poi di sostituirla. È quello che è stato fatto in Italia: la maggior parte della gente pensa che “striscia la notizia” o, anche peggio, “Il Bagaglino” siano programmi satirici, mentre si tratta solo di prese in giro leggere e talvolta divertenti che però non pungono alcun problema profondo (prendete il sesso: sono tutti bravissimi a sventolare le tette, ma vorrei proprio vederlo Pippo Franco a bersi una caraffa di mestruo). Addirittura, caso unico nel mondo libero, in Italia esiste un organo che risponde al nome di “Commissione di Vigilanza RAI”; in maniera non dissimile da come la censura metteva al bando i libri pericolosi nell’evo medio, la “Commissione di Vigilanza” cerca di metter la mordacchia all’informazione compiacendo il potente di turno. Ripeto, non è un problema di destra o sinistra, ma un problema sistematico e strutturale: il potere si è abituato a controllare l’informazione e disabituato ad essere invece controllato dall’informazione stessa (come invece dovrebbe essere). Ci sarebbero migliaia di esempi citabili in questo contesto (il TG1 che falsifica, omette, tarocca; Porta a Porta; Ballarò, etc.), ma quel che importa qui è il concetto generale: in Italia tutto è politico o politicizzato, la RAI – i cui dirigenti per qualche motivo sono di fatto eletti dal governo in carica - in prima istanza è l’epitome dell’asservimento. E non sto parlando solo del plateale servilismo di Vespa, che in realtà è quasi folkloristico, o di quello che si vede, ma anche e soprattutto di quello che non si vede. “Panem et circensem”, dicevano i romani, che della res publica sono gli inventori. Quello che la TV offre oggi in gran parte (ma non tutto) è esattamente quello che il popolo italiano sta diventando: pura, tronfia e disinteressata mediocrità. Voglio citare un episodio: quando si trattò di presentare in televisione un libro scomodo di Lirio Abbate, Bonaiuti si oppose e bloccò la trasmissione dicendo che “chi se ne fotte del libro, che tanto non lo legge nessuno, l’importante è che non si sappia in TV”. C’è dunque una tendenza generalizzata della TV a proporre contenuti privi di punti di vista (il punto di vista impone la critica) su argomenti veramente rilevanti; non per questo, comunque, tutto fa schifo. Esistono, nonostante tutto, delle isole di buon senso (blob, annozero, report) che cercano di andare un po’ contro il dilagante e tranquillizzante senso comune, a volte in maniera anche reattiva. Numero tre: l’imparzialità ed il contraddittorio. In Italia essere schierati è un peccato capitale: secondo i potenti di turno, le trasmissioni politiche dovrebbero essere “imparziali” e dovrebbero proporre del “contraddittorio”. Doppiamente stupefacente, perché non solo l’Italia dovrebbe essere un paese democratico moderno, dove la pluralità d’espressione è un presupposto fondante della costituzione, ma anche il caso particolare vuole che sia un paese, come già detto, dove tutto è di destra o di sinistra; quindi per qualche ragione i terremoti possono essere di destra o sinistra (piove governo ladro), mentre i conduttori no. In realtà il punto è che il vero dibattito politico impone dei punti di vista precisi, che mancano in realtà all’interno degli stessi partiti. In Italia il vero problema è la differenza tra Buttiglione da Rutelli; il movimento verso il centro tende ad allargare la base di consenso, ma aliena quella ideologica. Inoltre, l'equilibrio a tutti i costi serve solo ad anestetizzare ancora di più il senso critico. Non solo quindi non ci sono idee forti da difendere, per cui ogni dibattito diventa una fanghiglia di offese e numeri a caso (come scrivevo qualche tempo fa) mirati a “sconfiggere” l’avversario senza alcuna coscienza dialettica, ma c’è anche una considerazione ulteriore: l’equilibrio a tutti i costi non serve a nessuno dotato di senso critico. Il motivo per cui tutto finisce a tarallucci e vino è che ciò è molto più confortante per le coscienze piccolo borghesi rispetto ad un sanguigno, sofferto e costruttivo incontro di argomenti (la dialettica non è mai facile). E poi c’è il contradditorio. Che cosa sia di preciso non si sa, ma di certo dopo che Marco Travaglio aveva snocciolato dei fatti riguardo il presidente del Senato Schifani, esso è stato invocato. Sarebbe divertente, se non fosse tragico, che il contradditorio in Italia non è la possibilità di chiunque di fare domande scomode ai potenti, ma quella dei potenti di negare quello che dicono i giornalisti o chi per loro[1]. Forse per Schifani l’idea di contradditorio è essere in studio mentre Travaglio mostra le carte e dire “non è vero”; per contraddire, contraddice, ma non è molto costruttivo. Nei paesi che voglio chiamare “dialettici”, il contradditorio è la possibilità di un vero con confronto, non quella di una formale negazione dei fatti (inutile, peraltro, visto che i fatti sono fatti). Questo è un vizio dell’Italia alquanto diffuso: invece che costruire le cose dalle fondamenta, si costruisce dall’involucro, così tutto sembra bello subito; si parte dalla fine, come con il contradditorio, per emulare il punto di arrivo di una processo che in realtà è molto complesso e che presuppone tutta una serie di strutture e di mentalità che in Italia, semplicemente, non ci sono. Per citare Hegel, “la verità è processo”; il punto d’arrivo è sterile tanto quanto quello di partenza, se non c’è niente dietro. Nello specifico dei fatti, arriviamo alla famigerata puntata di AnnoZero in cui Michele Santoro ha fatto del giornalismo critico (quindi ha fatto del giornalismo, ovvero ha raccontato delle cose), invece che fare quella cosa vomitevole, disgustosa e immorale che tutti i TG hanno fatto per giorni, ovvero compiangere le vittime e fare intervistine del tipo “come si sente?”. Ci sono alcune considerazioni collaterali da fare: se Travaglio ha detto per colpa di chi le case sono crollate, la colpa è loro, non di Travaglio che l’ha detto. Se le case sono crollate, la colpa è dei costruttori, non del terremoto; perché, aldilà del fatto che per qualche motivo il popolo occidentale crede di poter ammaestrare e controllare la natura, le tecnologie per limitare i danni esistono e funzionano. È stato pure detto che, nel corso della stessa puntata, sono stati criticati i servizi della Protezione Civile, come se non si potesse; in realtà è stata semplicemente messa in discussione l’efficienza: fare domande non ha mai fatto male a nessuno. Nascondere le risposte, spesso, sì. Se quindi ci sono state effettivamente delle omissioni, deve venire fuori, se non ce ne sono state, invece, onore al merito. Per ora “in dubio pro reo”, quindi onore al merito, punto e stop. Infine arriviamo al nodo gordiano di questa modesta analisi: le vignette di Vauro Senesi. Come ho detto prima la satira si occupa di sesso, religione, morte e politica. Vauro ha fatto, con una solo vignetta, satira su due di queste cose (politica, il piano casa; morte, il cimitero). Questa non è “mancanza di rispetto ai morti”, una frase stomachevole e disgustosa che in realtà delimita un tabù (la morte), un altro tabù (la politica) e stende un lenzuolo di manierismo buonista su una vicenda che invece va esorcizzata. La vera mancanza di rispetto nei confronti dei morti non è una vignetta che li onora (per quanto a loro possa interessare) perché mette in chiaro le responsabilità politiche [2]della vicenda, ma lo è invece il modo compiaciuto e voyeuristico in cui questi morti sono strumentalizzati. La mancanza di rispetto sono le case che verranno ancora costruite non a norma, la mancanza di rispetto è il TG1 che si vanta dei suoi ascolti, la mancanza di rispetto è dire “poverini” e poi dimenticarsi di tutto. Il dramma degli italiani è che sono capaci di grandi slanci momentanei, ma non riescono proprio ad imparare dai propri errori. In un paese che si è ormai anestetizzato alle angherie del potere, della burocrazia e dello “stato” in generale, credo sia importante che esistano ancora degli elementi di critica forte e viscerale che infastidiscano la gente abbastanza da smuoverla dal torpore in cui decenni di politica di controllo e truffa l’hanno gettata. Per questi motivi credo che l’epurazione di Vauro Senesi dalla RAI, “televisione pubblica pagata con i soldi di tutti” sia un’altra drammatica occasione persa. [1] In quel caso, ricordo, si è detto tutto ed il contrario di tutto; la cosa più ridicola era “Travaglio ha offeso la seconda carica dello stato dicendo quelle cose” (dicendo che Schifani era imputato per questo e quello, dicendo che non è un uomo della levatura morale di Eindaudi o Merzagora); ancora una volta andrebbe spiegato che, oltre al fatto che forse è Schifani che sta offendendo la seconda carica dello stato non essendo un uomo dalla moralità più che cristallina, criticare il potere non è contro la democrazia, è la democrazia. [2] Non solo di Berlusconi, ma della politica intera; spero non ci sia qualcuno di così miope da pensare che la vignetta incriminata fosse un attacco a Berlusconi, perché questo implicherebbe che Berlusconi abbia sovrinteso a tutto quello che è stato costruito dagli anni ‘50 ad oggi. La vignetta voleva mettere alla gogna la politica per la sua miopia nei confronti della prevenzione antisismica, e più in generale stigmatizzava l’atteggiamento classico degli Italiani sempre pronti ad essere solidali dopo la tragedia, ma mai pronti a spendere un poco di più per prevenirla. |
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