Ian Aaron 的个人资料Life Is A Lemon (And I W...照片日志列表 工具 帮助

日志


2009/3/31

Il sogno americano

Il mio sogno americano era fare l’amore in una camera da letto con le pareti di legno, le veneziane alle finestre e un albero inondato d’estate; era avere sedici anni o giù di lì e amarsi sudati; erano giovani ardori e giornate abbacinanti; era un bacio dato in una giornata di pioggia, mentre le felpe si sfioravano; era felicità, ed eravamo sempre in due perché la felicità, quella vera, va sempre spartita.

Era un sogno fatto di suggestioni, il sogno di una fotografia che ormai ho quasi dimenticato: trasudava libertà e presupponeva l’America. L’ho interpolata a migliaia di altre, l’ho stravolta e confusa con libri, film, canzoni, avanspettacolo e riviste porno: il mio sogno adolescente era la somma di tutte le mie fantasie e doveva essere americano, bellissimo e impossibile.

 

I loro due corpi sono adagiati sul letto quasi con noncuranza; si stringono, ma tutto sembra senza sforzo. Un bacio. Ancora un altro. Il ragazzo alza lo sguardo e guarda il grande albero che si intuisce oltre le veneziane. È estate, le foglie quasi brillano.

Non senza sorpresa, mi rendo che quel ragazzo sono io.

2009/3/27

Lui.

Premessa: questo testo, insieme ad un altro, mi fu commissionato tempo addietro da un amico, nell'ambito di un progetto chiamato Positive Magazine, che peraltro sembra stia avendo un buon successo. Senza sapere nulla del loro contesto, mi sono state date alcune fotografie e il compito di scrivere qualcosa che le unisse. Questo è il mio timido tentativo.

Lui è pura perfezione.  Lui è ogni suo dito, ogni sua mano, ogni suo braccio, gamba, unghia. Lui è l’insieme perfetto dei suoi dettagli perfetti.

Lei lo concepì in un anonimo giorno estivo, quando il vento e il sole avrebbero suggerito tutt’altro che la lettura di Borges; invece lei era lì in terrazzo, a crogiolarsi tra la sua solitudine e le migliori pagine della letteratura argentina (e forse mondiale).

Lei non era fatta per le relazioni, per la carne e per i sacrifici. Tutti i (pochi) tentativi di qualunque di queste cose erano naufragati disastrosamente; finché non era nato Lui.

Lui aveva portato nella sua vita tutto quello che non c’era mai stato, dalla felicità in poi, offrendole la sicurezza e il conforto, gentilezza e fermezza;  una  presenza mai fuori luogo: c’è sempre quando serve e sparisce quando lei vuole essere sola.  Sa dirle sempre quello che lei vuole sentirsi dire e, come nessun’altro, sa darle le risposte che stanno sepolte sotto strati e sedimenti di lei stessa.

Lui è l’uomo perfetto, lui è tutto quello di cui lei ha bisogno. Lui e lei.

Lui non esiste. E la perfezione è il minimo che ci si possa aspettare da qualcosa di inesistente.

 

Lei ha iniziato a costruirlo frettolosamente poco più di un anno fa;  all’inizio lo immaginava genericamente nel suo letto e a fianco a lei, ma si è presto resa conto che non ne traeva la soddisfazione sperata. Così ha deciso di costruirlo con acribia maniacale, pezzettino per pezzettino. La congiunzione del suo lavoro (lei è una fotografa; fotografa le cose, grandi e piccole, per i cataloghi) con il suo intento, ha prodotto Lui.

Ha comprato una macchina fotografica tascabile e la porta sempre con sé; ha appiccicato del nastro adesivo nero sul flash. Se in metropolitana vede una gamba, una scarpa, un dettaglio, qualunque cosa che appartiene a Lui, allunga la mano e, segretamente, la cattura e gliela restituisce.

La gamba destra, solo la destra, è del ragazzo tanto carino del secondo piano del palazzo di fronte; la vasca da bagno sta esattamente sotto la finestra e, un giorno, lei se n’è innamorata, di quelle gambe. Poi però non ha saputo preferirle entrambe a quelle di Jude Law, così ne ha assegnata una a testa. Jude la sinistra, il figlio del vicino, la destra.

Il braccio sinistro è di un compagno del liceo. Al tempo andavano di moda le polaroid e lei, che già da tempo fotografava, ne scattò una in cui lui teneva in mano i palloncini finti che stavano sulla sua torta di compleanno. La perfezione di un ricordo è il braccio sinistro.

 

Ma sarebbe stato un lavoro incompleto fotografare e concepire quello che lui è. Lei ha fatto le cose per bene, ed ha fotografato anche la sua assenza. E’ lo specchio della sua camera da letto. La camera vuota dove lei lo aspetta. La camera dove lui non arriva mai, ma tanto non importa: anche questo è previsto.

 

Considerazioni inattuali – I

Joseph Ratzinger, il confessore e lo scrittore

Come un po' tutti abbiamo avuto la sfortuna di sentire, Ratzinger anche questa volta non ha perso l'occasione per dire una stronzata; nella fattispecie, secondo il pupillo di casa Vaticano, i preservativi "aumentano i problemi" nella lotta all'AIDS in Africa, e, non contento, ha pure auspicato "un rinnovo spirituale e umano nella sessualità".

Ora, una sparata del genere è tipicamente mestiere di Rocco Buttiglione, che infatti ha la sua reputazione per un motivo, più che di Ratzinger, che di solito è troppo impegnato nella sua personale crociata contro Harry Potter o a scrivere divertenti pamphlet con Marcello Pera per accorgersi della gente che muore (e poi, lui parla di sessualità? Se non giochi, non fare le regole!); ma in fondo, perché stupirsi? Ratzinger, che può vantare la flessibilità mentale di un cucchiaino, non è mai uscito dalla strada maestra. Tutto quello che ha detto, scritto o dichiarato negli anni è sempre stato coerente con il suo personale, autarchico e dogmatico orticello mentale integralista. "Ratzinger è un uomo di cultura" dice il luogo comune, ma io mi chiedo quale cultura. Una cultura completamente pregiudicata in base ad un solo punto di vista forte, perde tutta la sua coralità, e quindi il suo senso di essere. Che uomo di cultura può essere un uomo che cerca ancora di difendere il creazionismo, per esempio? Di che cultura stiamo parlando? Ratzinger non è strutturalmente diverso dal tizio da cui vado a comprare i fumetti ogni tanto: ha una profondissima conoscenza di mondi inesistenti; la differenza è che Ratzinger tenta di imporla al mondo, causando danni incalcolabili.

Sull'uso e sull'abuso dei fatti per la vita

Questa sera, per un certo imperscrutabile concatenarsi di eventi, ho assistito al penoso spettacolo di Daniela Santanché che inanellava una serie vertiginosa, ed apparentemente senza fine, di aberrazioni miste alle solite trite banalità (memorabile il passaggio in cui Santoro presenta un paio di giovanotti di Torino che, bontà loro, hanno messo su un comitato per evitare che banca Intesa costruisca un grattacielo di 150 metri in centro storico e lei, che ha "vissuto metà della sua vita a Torino" risponde che "invece va benissimo, perché Torino ha bisogno di un edificio simbolo, come tutte le grandi città". Qualcuno le dia due centesimi, per favore.). Non che la Santanché sia la persona giusta da cui aspettarsi qualcosa di più che qualche strillo e una saccenza che è funzione inversa della sua ignoranza, ma una volta in più non ho potuto non sentirmi male di fronte a questo spettacolo di orgogliosa cialtroneria; facevano parte della mascherata pure Nicola "Nichi" Vendola e tale Maurizio Lupi (che faceva da degno contrappunto alla Santanché nella "discussione" sul grattacielo di banca Intesa dicendo che (giuro!) "è meglio che costruiscano verso l'alto, piuttosto che* in orizzontale").

Ora, senza soffermarsi sul deprimente panorama di questi personaggi specifici, quello che più di tutto mi ha sconvolto è, ancora una volta, la maestria con cui una discussione seria su grandi temi sociali venga, nel giro di pochi minuti, ridotta ad una poltiglia di trivialità e ad una caciara infernale senza capo né coda. Non mi interessa entrare nel merito della questione in sé (lo ha già fatto benissimo Paolo Flores D'Arcais in un ottimo articolo pubblicato su MicroMega 03/2008), ma piuttosto vorrei osservare e commentare una coppia di fenomeni che secondo me ne sono un po' il germe.

  1. La guerra dei numeri

    La cosa funziona circa così: siano D ed S due politici, rispettivamente di destra e sinistra e, quantunque sia possibile istituire una distinzione ideologica tra i due, immaginiamoli opposti in una tipica discussione tra politici italiani. Ad un certo punto, D infila un bel numero nella sua argomentazione (o nei suoi latrati, anche qui se mai ci sia distinzione tra le due cose), ad esempio "… ci sono 3.458.532 di disoccupati.". Cala il silenzio e per un attimo S resta basito. Immediatamente, però, ecco che caccia fuori il coniglio dal cappello e risponde disinvolto (magari scartabellando) "e invece ce ne sono solo 2.252.452, secondo le stime dell'istituto ABC". D non perde tempo: "le mie stime sono dell'istituto di ricerca XYZ dell'Unione Europea". E via dicendo.

    Si innesca una battaglia sulla legittimità della fonte che ovviamente ha la stessa profondità semantica di "io sono meglio"-"no, io sono meglio"-"no io"-"no io!" (ad libitum). In questo modo anche i numeri, anche i pochi eventuali dati di fatto su cui si potrebbe veramente discutere, finiscono per essere relativizzati e "politicizzati" (perché in questa Italia manichea e schizofrenica, tutto dev'essere sempre o di destra o di sinistra). Così si arriva alla caciara: non si parla dei fatti, perché questi sono stati sminuzzati e non esistono più, e si parla quindi solo in astratto (ma senza grandi idee, per cui la discussione resta sempre in superficie e non è mai nemmeno uno scontro ideologico, prim'ancora che sociale).

  2. La sindrome da tarallucci e vino

    Il problema è la poltiglia. Il problema è il clima fangoso che fagocita qualunque opinione non allineata all'asse partitico. Quando mai si è sentito un berlusconiano lodare una buona proposta della sinistra? Quando mai si è sentito un sinistroide ammettere che Berlusconi ha detto qualcosa di condivisibile (e, complice la legge dei grandi numeri, talvolta è successo)? In questo panorama di totale acriticità, la "sindrome da tarallucci e vino" è il nome che do a quella tendenza di chiudere la caciara con una scarica al fulmicotone di luoghi comuni e political-correctness che mette in pace i cuori borghesi come a dire "Okay, abbiamo discusso fino adesso di questi grandi problemi, ma non ti preoccupare, è tutto meno grande di quello che sembra, puoi andare a letto tranquillo.", ma che non risolve i problemi.

Qual è il problema, allora? Il problema è che nascondendo la polvere sotto il tappeto non si pulisce. Il problema è che bisogna capire che le grandi questioni sociali non hanno soluzioni semplici veloci e preconfezionate, ma che si tratta di argomenti complessi che necessitano di essere affrontati con serietà e da persone competenti. Un atteggiamento del genere non è diverso da quello dei bambini che per nascondersi e non essere visti, chiudono gli occhi.

____

* "Piuttosto che" vuol dire "invece", e, porca di quella puttana, non lo si può usare in funzione disgiuntiva (al posto della "o") come fanno certi yuppie settentrionali con il gel secco che cercano di parlare forbito a tutti i costi.

2009/3/16

Soffitti sconosciuti / THE BEAST

Amélie Poulain è una delle mie eroine (e lo è anche la sua declinazione reale nella persona di Daniel Laursen): me ne accorgo fluidamente, dopo poche settimane di convivenza con il silenzio di una casa che posso chiamare mia, con i suoi soffitti inusuali e le macchie che ho fatto io. Mi accorgo dell'importanza delle candele accese, di un profumo che mi ricorda molte estati fa, di scaldare con i ricordi un luogo che fino a poco tempo fa non esisteva.
Ho colto l'occasione di questa novità per dare qualche ritocco alla mia modesta vita; forse non posso ancora dire di essere felice, ma ci sto lavorando. Come mi disse qualcuno a tarda notte, "happiness is a decison, not an outcome". Ora sono conscio delle subdole trappole dell'eterogenesi dei fini, non ho più paura degli obbiettivi a lungo termine e nemmeno di affrontare "lo stato di minorità che posso imputare a me stesso", per parafrasare qualcuno che non aveva mai viaggiato.
Lentamente, ma senza strappi, chiudere la porta la sera e restare soli non mi pesa più.