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    12/13/2006

    Retrospettiva

    domenica 31 ottobre duemilaquattro
    ore ventitrè e quarantasei
    sempre nello stesso fottuto posto
    ventola rumorosa
     
    Ce li hai presente quei pomeriggi d’autunno?
    I sabato pomeriggio in giro per la città, quando non è ancora troppo freddo. I sabato pomeriggio con le foglie arancione e gialle, gli alberi spogli (chissà perché quando si parla di autunno, il pensiero è subito agli alberi).
    I sabato pomeriggio in cui il tempo sembra indeciso, il cielo plumbeo e luminoso a tratti, il freddo pungente e impercettibile. I sabato pomeriggio tra le vie affollate, tra la gente che odi, tra la folla che ignori. I momenti che non vorresti mai passassero, i momenti fatti per essere vissuti, ricordati, rimpianti.
    Quando pensi solo che in quel momento tutto va bene così com’è. Non è che tutto sia perfetto, semplicemente basta così. Sei felice, per quel poco (e, naturalmente, i tuoi desideri poco dopo si trovano inevitabilmente a cozzare con l’inevitabile realtà; lasciandoti con il solito amaro in bocca. D’altra parte, se così non fosse, perché starei scrivendo?).
    Quando le effemeridi iniziano a sorgere presto, quando senti l’odore di foglie bruciate, quando tutto quello che importa è stare lì.
    Quando hai a fianco a te qualcuno che vuoi avere a fianco a te (e niente di più). Quando tutto, non importa sia un’ora o un minuto, ti basta; quando tutto va un po’ bene.
    Ecco. Noi viviamo di questo.
    12/7/2006

    Un weekend come si deve: narrazione.

     
    E' sabato. Salgo prematuramente su un treno per Bologna, arrivando un'ora in anticipo e gettando Marco nel panico (doccia, appartamento in disordine, spesa). Il viaggio mi ha, nel frattempo, riservato la soddisfazione di scoprire che ho vinto una borsa di studio; simbolica, ma molto gratificante.
    La città é bellissima, il pomerigggio scorre tra negozietti, monumenti e spensieratezza; adoro il freddo pungente di dicembre. Prima di tornare a casa troviamo il tempo di spendere otto euro per due piadine e (durante) di precipitare in parole profonde, difficili, bellissime.
    Usciamo di nuovo dopo cena, dopo aver combattuto per il divano, dopo aver riso per una "scelta" altrui e aver conosciuto i coinquilini; in centro ci aspetta la Paris, ammalata, di ritorno dal concerto dei muse. Contenta lei, conteni tutti.
    Cosa separi il saluto in piazza nettuno dalle coperte è un ricordo perso. Intravedo un volantino strappato, una crepe non presa e una pizzetta.
    Comunque sia, le luci si spengono; per venti, magici secondi, spero. Poi tutto diventa nero.
     
    Domenica. La sveglia non suona, Marco mi accompagna di corsa in stazione; arriviamo trafelatissimi, il treno è in ritardo.
    Con un profondo desiderio di squartare chiunque indossi una divisa delle FS, facciamo colazione e aspettiamo. Ci vorranno cinquanta minuti prima che la maledetta Freccia del sud arrivi a destinazione. Infine, salgo.
    Mi trovo circondato da casi umani raccattati tra Agrigento e Bologna (gente che fuma nei corridoi, valigie per ogni dove, piedi sui sedili, effluvi deliziosi); mi salva dal sonno una telefonata di Fiorella.
    Arrivo a Milano alle due e mezzo, incontro Francesco, Michele e la Nasty e ci incamminiamo al campo-base-Ila.
    Per qualche strano motivo prendo un'entrata della metro che non avevo mai usato. Ci trovimo davanti Jerick Gers!
    "Oh, ma quello non ti sembra Jercik Gers?"
    "Nah... poi facciamo la figura di merda come quella volta con Clapton"
    "Dai, chiediglielo!" "No, tu!"
    Francesco si fa coraggio: "Excuse me... are you the guitarist of Iron Maiden?"
    "Oh, yeah. Glad to meet you!"
     
    Sul momento ho pensato di svenire. Foto di rito, autografo sulla dispensa di programmazione (forse ora mi verrà voglia di prenderla in mano) e litri di adrenalina.
    Ancora incredulo arrivo, mi lavo e cambio, saluto la donna della mia vita e, compagnia al seguito, andiamo al datchForum.
    Sorvolo sulle difficoltà tecniche (autobus assaltato, taxi esoso, coda chilometrica ecc).
    Inizia il concerto: suona per prima l'inutile figlia di Steve Harris. Signori, io odio Fabri Fibra, ma anche con lei non si scherza.
    Seguono i Trivium, piacevoli, e poi, finalmente, i Maiden.
    Su quanto Dickinson sia vocalmente eccezionale, su quanto il nuovo disco sia bello e su quale sia la perfezione dei loro concerti è già stato detto tutto. Posso solo aggiungere che il solo pensare a quelle due ore mi mette ancora adesso i brividi.
     
    Uscita del concerto. Una maglietta pagata nemmeno troppo, G. che ci viene a prendere in macchina e ci accompagna a casa. Non lo posso ancora sapere, ma sarà, per la prima volta, una lunga notte.
    Gironzoliamo in macchina, passeggiamo ridendo su una montagna di distruzione, parliamo per ore; la conclusione è tanto ovvia quanto scontata: la notte diventa perfetta.
     
    Lunedì. il ritorno a casa, la stanchezza e la felicità.