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2009/1/26 Back for goodAncora una volta, e forse definitivamente, devo constatare quanto tempo sia passato dall’ultima volta che ho scritto qualcosa di veramente sentito su questo blog; molto è successo e forse altrettanto è cambiato. Le parole che ho raccolto qui negli ultimi tre anni incorniciano probabilmente un me stesso migliore, che è come progressivamente confluito nel me stesso attuale, che invece non finisce mai di deludermi. Non so bene cosa sia successo (o lo voglio solo ignorare, non fa differenza), ma so di certo che ha a che fare con l’inevitabile cambiamento: ogni secondo, violento e impercettibile, consegna al successivo un nuovo te stesso, portando quello che tu hai l’impressione di essere qui e ora con sé, in quell’oblio vertiginoso che ci piace chiamare arrogantemente passato (come se potessimo tenere traccia di tutto quello che è passato, come se capissimo la molteplicità). Messi sommariamente in fila, tutti questi piccoli omicidi si chiamano storia; la mia storia è la storia dei miei cambiamenti (io stesso sono solo l’ultimo di essi) e queste parole ne sono una traccia: ognuna di esse è una piccola vittoria, almeno temporanea, contro l’eternità. La mancanza di parole su questo blog è quindi stata, per qualche verso, una resa. Nelle parole preziose di qualcuno che mi ha capito, “ma come è difficile ora, rispetto solo a un anno fa, entrare praticamente nel fondo della tua corazza, pungere le tue parti molli e lasciarti una traccia? È, forse, impossibile.” Effettivamente ho lasciato che le cose di tutti i giorni mi scorressero addosso senza curarmi di altro che delle cattive conseguenze di esse; ho un po’ messo da parte tutto quello che era ordinario e ordinato per arrendermi al mio lato dionisiaco. Ho peregrinato, minuzioso ed insaziabile, per ognuna della mie ossessioni; ho passato più della metà degli ultimi sei mesi viaggiando tra quattro continenti, una dozzina di paesi, ad una media di più un aereo alla settimana. Ho incontrato persone straordinarie e orribili, ho visto luoghi che mi hanno lasciato spesso stupefatto e talvolta indifferente, e in ogni luogo e istante non ho voluto lasciare quasi nulla intentato, a costo di sacrificare talvolta la mia stessa dignità. Tutto questo mi ha cambiato profondamente, com’è naturale delle cose inusuali, ma proprio per questo non poteva durare per sempre; “est modus in rebus, sunt certi denique quos ultra citraque nequit consistere rectum.” Al momento in cui scrivo, mi trovo dunque vicino alla chiusura di questo cerchio, che ora (per ora) non ho più la forza di percorrere; al momento in cui scrivo mi trovo seduto su una sedia che non mi appartiene, mentre guardo le ultime propaggini dell’oceano atlantico confondersi in quello indiano, tra le rocce inesorabili che gli eterogenei abitanti di Città del Capo non hanno mancato di battezzare. Al momento in cui scrivo, tutto mi sembra ineluttabilmente in terza persona. Nei prossimi giorni mi aspettano ancora altri aerei, altre persone, altre solitudini, una faticosa bugia, una festa di compleanno, un arrivo atteso e una vita che avevo messo da parte; ma questa realtà, come tutte le realtà, è finalmente trascurabile perché, senza percezione, la sua esistenza è inutile. |
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